La casa degli specchi
è arrivato 3 assoluto in questo concorso:
Premio Letterario
Internazionale “EUROPA” XII Edizione. Con l’Adesione di S.S. Benedetto XVI.
Sotto l’Alto Patrocinio del International Parliament for Safety and Peace e con il Patronato Regione Lombardia e Provincia di
Milano. Hanno inoltre aderito al Premio
• Parlamento Europeo
• Regione Puglia
• Regione Abruzzo
• Comune di Trofarello ( TO )
• Comune di Spessa Po ( PV )
• Comune di Pizzo ( VV )
• Comune di Arcore ( MI )
• Chambre Européenne Experts
• European Academy of Culture
• Presidenza Internazionale Universum – Switzerland
• Accademia dei Calabresi nel Mondo
• Federazione delle Associazioni Culturali Europee
• Accademia Artisti Europei
• Accademia Euro – Afro Asiatica per il Turismo
• Accademia Costantiniana
• Accademia Ferdinandea
I
Fuori, aveva iniziato a nevicare, ma dove si trovava Anna non
c’erano rumori, né sensazioni; solo un senso di pace e di nulla. Si sentì
sollevare di peso e avvertì sotto la schiena la ruvida consistenza di un
tessuto sconosciuto. Intorno a lei, adesso, c’erano voci, ma distanti,
attutite.
Aprì gli occhi per un momento e credette
d’essere morta davvero, questa volta, perché intorno a lei volteggiavano degli
angeli bianchi; poi perse di nuovo i sensi.
In realtà, ciò che aveva visto, erano solo i primi fiocchi di neve
di un novembre rigido e capriccioso. Fino a qualche giorno prima c’erano state
delle temperature piuttosto elevate, con piogge insistenti. In seguito, il
cielo si era riempito all’improvviso di vento; il brutto tempo iniziato con la
liquidità della pioggia che cade sugli oggetti in gocce, per poi scivolarvi via
come lacrime, si era trasformato in quei fiocchi leggeri che si posavano a
casaccio.
L’infermiera che aveva soccorso Anna, ora che l’ambulanza
procedeva a gran velocità in direzione dell’ospedale, continuò a fasciarle i
polsi, per impedire al sangue di fluirne copioso.
Osservò la donna che giaceva sulla barella, pallida, esanime.
Non era la prima volta che la ragazza soccorreva persone che
avevano tentato il suicidio, ma ancora non riusciva a comprendere come si
potesse gettare via la propria vita a quel modo.
“Come sta?”, domandò l’altro ragazzo che, come lei, aveva iniziato
il suo turno quella sera, sperando di dover solo medicare la bua a qualche
bambino vivace.
“Se la caverà, le ferite non sono così profonde, per fortuna”.
“Forse lei non la pensa così”.
Già… chissà quale testardo diritto si stavano attribuendo, volendo
salvare quella donna che, forse, si era avveduta di buoni motivi per morire,
più di quanti ne potessero trovare loro per obbligarla a vivere.
L’ambulanza entrò nel cortile del pronto soccorso, si fecero
attorno i medici, che già erano stati allertati. Ad Anna vennero suturate le
ferite e fasciati i polsi; di certo, le sarebbero rimaste delle cuciture alla
Frankenstein a ricordarle i folli minuti in cui una diga aveva ceduto nella sua
anima, travolgendola.
Intorno, c’era silenzio. Anna era sveglia, ma aveva paura ad
aprire gli occhi e scoprirsi delusa di essere ancora viva, o atterrita dal
luogo in cui si trovava, se ciò che avvertiva era la taciturnità della morte.
Trascorsero ancora dei minuti, quindi spalancò gli occhi neri, incontrando il
nero della notte. Si trovava in un letto che non era il suo e non riusciva a
riconoscere il posto. Si sollevò piano, mettendosi seduta e subito avvertì la
fitta procuratale dall’ago della flebo. Ecco risolto il mistero: si trovava in
ospedale, era viva.
I suoi pensieri le vennero incontro, uscendo dalla nebbia ovattata
che per qualche ora, o qualche giorno, per quel che ne sapeva, l’aveva tenuta
lontana da tutto. Le si presentarono come fantasmi sussurranti, venendo a lei,
anziché da lei.
Tornò a sdraiarsi. E adesso? Cosa avrebbero pensato gli altri?
Come avrebbe affrontato il fatto di essere ancora viva, ora che un macigno le
aveva aperto in due il cuore?
La porta si aprì piano, introducendo uno spiraglio di luce,
sfuggito dal corridoio illuminato, e un viso.
“Sei sveglia?”
“Sì”.
La porta si aprì del tutto e l’uomo accese la luce, andando poi a
sedersi vicino a lei. Non voleva guardare in faccia quel medico che le era
anche amico.
“Anna?” Le prese una mano fra le sue,
calde. “Ti senti meglio?”
Lei continuò a fissare ostinata una piega del lenzuolo, come se
fosse la cosa più interessante che avesse mai visto. “Perché mi hai salvato?”
“Cosa dici? Volevi morire davvero?”
“Sì! Questa volta, sì”.
Le sue guance ardevano sotto al peso della vergogna, perché entrambi sapevano
cosa fosse accaduto prima, di come Anna sapesse usare anche quell’arma
impropria.
“Mi stai dicendo…”
“Ti sto dicendo che voglio morire”.
Sergio le lasciò andare le mani. “Perché?”
“Non ne voglio parlare, o forse non so spiegartelo”. Le sovvenne
un pensiero terribile e si volse a fissarlo con occhi allarmati: “Chi mi ha
trovato?”
“Tua figlia”.
“Oh, no! Non Linda”. La ragazza avrebbe pensato che il suo fosse
stato solo un tentativo di ricatto per farla tornare, dopo che fra di loro
c’era stato quel litigio tremendo.
“Se viene a trovarmi, mandala via”.
Sergio la scrutò: era sempre Anna, una bella donna di
quarant’anni, che somigliava un po’ ad una bambola di porcellana per la sua
pelle candida e i lunghi capelli corvini che le coprivano la schiena, gli occhi
come rare perle nere. Eppure era come parlare ad un’estranea.
“Cerca di dormire un poco, ne riparleremo domani”.
“Va bene”.
“Vuoi qualcosa per dormire?”
“No”. Perché non voleva addormentarsi, anche se aveva avuto tanto
tempo per pensare, ancora la sua mente non aveva finito di mostrarle le
diapositive della sua vita.
Chiuse gli occhi e subito le si presentò il film senza sonoro di
lei e Linda che litigavano furiosamente; vedeva come appartenente ad un altro
braccio la sua mano che si allungava, per schiaffeggiare la guancia morbida
della ragazza e gli occhi di lei, neri quanto l’odio con cui l’avevano
ricambiata. Aveva perso così la sua bambina, il piccolo punto che le era
cresciuto dentro e che lei aveva protetto come un seme raro. Linda aveva preso
con sé poche cose e se n’era andata, lasciandola sola a meditare quale
stratagemma inventarsi per continuare a vivere. Perché così era sempre stato:
non si era mai trovata in un solo giorno della sua vita in cui non avesse agito
e parlato e costruito per se stessa. Ma quel giorno, dopo che Linda era uscita
dalla sua vita con un grande sbattere di porte, si era accorta che tutto il suo
progetto da grande ingegnere era in realtà soltanto un fragile castello di
sabbia. Lo aveva scorto, osservando le creste degli alberi accendersi a fine
autunno; lo aveva esaminato, scoprendo che le foglie piovevano morte sui
marciapiedi e, infine, aveva dovuto ammetterlo quando, piangendo, una lacrima
era caduta sulla foto di sua madre, morta da anni. Pareva proprio che fosse
uscita dagli occhi che la guardavano dalla fotografia e, nel suo percorso, Anna
aveva chiaramente visto la sua personale Via Lattea - una vita intera -
costellata di stelle acuminate. Aveva udito fisicamente lo schianto della sua
anima che crollava, accasciandosi su anni di puro egoismo, egotismo,
egocentrismo.
E allora c’era stata la corsa in cucina
a frugare nei cassetti, spostando posate, sacchetti di plastica e ridicoli
segnaposto che aveva collezionato anni prima. Aveva afferrato un coltello ed
era andata in bagno, sopra la vasca, con l’acqua calda che spandeva il suo
vapore, si era tagliata i polsi. Prima di perdere i sensi, un pensiero le era
sfrecciato dentro: “Che tutto il senso della mia storia sia nel suo finale?”
Poi era svenuta, riprendendosi solo per quei pochi istanti in cui gli angeli le
avevano danzato intorno.
Al mattino, mentre fuori aveva già smesso di nevicare e il freddo
promesso dai meteorologi mordeva coi suoi denti di ghiaccio, Sergio fece
accomodare Linda e suo padre Stefano nello studio. Linda sedette sul bordo
della poltrona, pronta a scattare in piedi. “Sergio, come sta la mamma?”
“Fisicamente bene, direi”. Li guardò,
non sapendo bene come dare voce alle sue considerazioni.
“Cosa c’è?”, domandò
Stefano, l’ex marito di Anna.
“Che idea vi siete fatti del suo tentativo di suicidio?”, chiese a
sua volta il medico.
Linda scosse la testa e un sorriso cinico stonò sul suo giovane
volto.
Stefano si appoggiò allo schienale della poltrona. “è già la seconda volta che succede e
noi tre sappiamo bene che la prima volta lo usò contro di me”.
“Ed ora lo ha fatto per farmela pagare”, dichiarò Linda.
“Non è così. Questa volta, voleva uccidersi davvero”. Sergio
afferrò una penna e prese a torturarla fra le mani. “è successo qualcosa, Anna non è più la stessa. Mi ha pregato
di non farvi entrare da lei, non vuole vedervi”.
Linda sbiancò. “Non vuole vedermi?”
“So che per noi tre è imbarazzante stare qui a parlare di lei,
quando tutti noi abbiamo avuto a che fare col suo carattere… chi in un modo e
chi nell’altro. Per questo vi dico che non voglio farla tornare a casa”.
“Credi che ci proverebbe di nuovo?”, chiese Stefano.
“Sì”.
“E allora, cosa ci consigli?”
“Pensavo ad una clinica, non molto lontana da qui, vicino al mare.
Conosco lo psichiatra, è un bravo medico”. Sergio li guardò: “Io la manderei
lì”.
Linda si alzò in piedi: “Voglio vedere la mamma”.
“Io non vi ho visto”.
Anna era sveglia e dal suo letto d’ospedale guardava il cielo in
salita, come un pannello di sereno e di sole.
Linda aprì piano la porta: “Mamma?”, chiamò.
Anna sobbalzò e infilò le mani sotto il lenzuolo. “Cosa ci fai
qui?”
Linda si fece avanti, dentro quei jeans scoloriti che tanto le
piacevano; le mani che si stringevano l’una all’altra, per poi respingersi di
colpo. “Come stai?”
La donna osservò il volto della figlia, quel viso che fino ad un
paio di mesi prima assomigliava moltissimo al suo, troppo. Infatti, la ragazza
si era tagliata i lunghi capelli neri in un ridicolo taglio a spazzola,
tingendoli di un tremendo biondo platino; ma i suoi occhi erano perle nere, con
la stessa sottile forma allungata di quelli della madre. La sua era stata una rappresaglia
nei suoi confronti, quello che faceva più male era che, adesso, Anna la capiva.
Linda sedette sul bordo del letto, continuando a parlare, visto
che la madre non accennava a volerle rispondere: “è venuto anche papà, è qui fuori”.
“Non
voglio vederlo e non voglio nemmeno che tu stia qui”.
“è per colpa mia?”,
sussurrò la ragazza.
“No”.
Anche per Linda fu come trovarsi di fronte un’estranea. Dov’era la
madre che la soffocava di abbracci, che le urlava addosso per costringerla a
farle fare quello che voleva; la madre che diceva di amarla più della sua vita
per poi arrivare a rinfacciarle il bene che le voleva?
Entrando nella stanza d’ospedale, si era aspettata la solita
scenata, accompagnata dai “Guarda cosa mi hai fatto fare”, e da tutti i ricatti
morali che sapeva scovare nella sua valigia piena di quelli e altri espedienti.
Linda si passò una mano sulla fronte. “Cos’è, un nuovo trucco?”
Anna chiuse gli occhi. “Vattene”. Ad ogni respiro si sentiva
schiacciare. Avrebbe dovuto essere morta e sua figlia avrebbe dovuto piangerla;
non era giusto che dovesse rispondere di qualcosa che sarebbe dovuto solamente
riuscire.
Linda le parlò con il pianto nella voce, muovendo le mani a
scatti. Anna lo sapeva, anche se non la stava guardando. “Spero che non sia stato
un altro dei tuoi trucchi, perché io non voglio sentirmi responsabile di tutto
questo”.
Quando fu certa di essere sola, Anna riaprì gli occhi e si trovò
di fronte quelli verdi e rassicuranti di Stefano. Doveva essere entrato nel
momento in cui Linda usciva. Si scrutarono per alcuni istanti senza parole da
spartirsi.
“Anna …”, allungò le mani verso di lei e si ritrovò a stringere
due mani pallide, i cui polsi indossavano delle fasce bianche. “Cosa ti è
successo?”
“Stefano, usciamo da tutto questo: non ne voglio parlare, non con
te, né con Linda. Non voglio la vostra pietà e non voglio questa processione di
persone che mi stanno addosso, solo perché provano pena per me”. Era infuriata,
ma non con loro, non con coloro che avevano speso parte della loro vita
amandola, nonostante lei fosse in grado solo di prendere e mai di ricambiare.
“Cosa vuoi da noi?”
“Niente. Non voglio più niente da voi”. Era difficile da
comprendere, lei per prima non si riconosceva in quella voce che diceva parole
sconosciute. Si sentiva come cartaccia all’angolo di una strada, nascosta
dall’erba: da invasore a posseduta.
Stefano si allontanò da lei, indietreggiando. “Sai dove trovarci,
se dovessi cambiare idea”.
Anna cercò di sorridergli ma, non riuscendoci, preferì tornare a
volgere lo sguardo alla finestra.
Fuori dalla camera, Sergio cercava di contenere le lacrime di
Linda con parole consolatrici.
“Avevi ragione: non è l’Anna che conosciamo”, disse Stefano.
“Sembra apatica, come scollegata dalla sua personalità”. Sergio
diede un’ultima carezza al volto arrossato di Linda. “Vi terrò informati”,
aspettò che si allontanassero, con le mani infilate nelle tasche del camice,
poi entrò nella camera di Anna.
“Come sta oggi la mia paziente preferita?”
La donna sospirò e lo guardò senza rispondere.
“Anna, non me la sento di farti tornare a casa”.
“Perché, hai paura che mi riapra a morsi le ferite?”
“Lo faresti?”
“Può darsi”.
Le espose il suo progetto, descrivendole la clinica che si trovava
vicino al mare e che, se non ricordava male, aveva anche una spiaggia privata:
“… Cosa ne pensi?”
Anna si studiò i polsi che avevano iniziato a bruciare e a
pulsare, rimandandole fitte lungo tutte le braccia. “Pensi che io sia pazza?”
“No. Assolutamente. Nella clinica di Silvano, vengono ricoverate
anche persone che hanno l’esaurimento nervoso e altre patologie lievi”.
“Ed io cosa avrei?”
“Può essere depressione?”
Un sorriso cinico le piegò le labbra carnose. “Diciamo di sì.
Pensi che, imbottendomi di psicofarmaci come un tacchino a Natale, possa
guarire?”
“No, ma parlandone, potresti ritrovare il tuo equilibrio. Pensaci.
Vado a fare il mio giro di visite, poi torno qui”.
Non c’era mai stato equilibrio nella sua vita, aveva vissuto in
una condizione che non prevedeva la stabilità di due piedi poggiati saldamente
a terra. Valutò, però, la proposta di Sergio e pensò che, pur di andare via da
lì: dalle domande, dallo sguardo di Stefano, dagli occhi di Linda, dalla
preoccupazione dello stesso Sergio, avrebbe fatto bene ad accettare.
L’infermiera finì di fasciarle i polsi. Anna aveva osservato i due
lunghi tagli arrossati, da cui spuntavano i baffi dei punti che le erano stati
messi due giorni prima. La ferita di sinistra era più precisa, lineare; essendo
il primo taglio che si era inferto. Quella di destra era una linea impazzita,
disturbata dal dolore e dal fatto che lei non fosse mancina.
Solo due giorni prima, aveva avuto l’occasione di farla finita, di
chiudere una volta per tutte il libro contabile, con gli attivi e i passivi
lasciati in sospeso a domandarsi come mai non ci fosse un nuovo giorno in cui
mettere un bel uguale e la somma precisa. E invece, eccola lì, a intraprendere
una nuova avventura, nonostante lo shock che l’aveva spinta al suicidio fosse
stato forte: una finestra aperta all’improvviso, la cui corrente d’aria aveva
fatto volare tutto nella stanza della sua anima, anche quello che sarebbe
potuto ancora servire, mescolando ricordi e cianfrusaglie.
L’infermiera l’aiutò a vestirsi e le pettinò i lunghi capelli
neri. “Ha dei capelli bellissimi, signora”.
“Mia madre li aveva così, ed anche mia figlia”. Poi pensò che
Linda, i suoi, non li aveva più.
“è un bel dono da
tramandarsi”.
Si aprì la porta e la donna uscì in silenzio, lasciando che la
nuova venuta entrasse, abbracciando forte l’amica. “Anna, mio Dio, cosa ti è
venuto in mente?”
Anna si lasciò stringere, stando attenta a non appoggiare i polsi
che le rimandavano versi striduli da corda di chitarra.
“Amanda, mi sei sempre vicina quando ho bisogno di te”.
“E te ne accorgi solo ora? Come hai potuto anche solo pensare di
farlo?”
Anna si lasciò cadere sul letto già spogliato delle lenzuola,
pronto per essere preparato ad accogliere un altro malato. “Non posso
spiegartelo, non capiresti, così come non capirebbero Linda e Stefano”.
“Prova lo stesso”.
“Non è stata una ripicca contro agli altri, volevo eliminarmi,
cancellarmi. Mi sono vista davvero per la prima volta e quel che ho visto, non
mi è piaciuto per niente”.
“E per questo volevi toglierti la vita? Non hai pensato
semplicemente di poter cambiare?”
Amanda la guardò in viso, coi suoi schietti occhi grigio verde che
non sapevano mentire, e che l’avevano seguita per tutti quegli anni con
l’amorevolezza di una madre.
Anna si passò una mano fresca sul viso. “Non è così semplice”.
Amanda si buttò alle spalle i capelli biondi, invasi già da
qualche filo bianco, apparso col compimento dei quarantacinque anni.
“Promettimi solo di non farmi più uno scherzo del genere”.
“Da chi lo hai saputo?”
“Mi ha chiamato Stefano, ma volevo che fossi tu a telefonarmi”.
E così era stato: l’amica l’aveva chiamata dall’ospedale,
spiegandole della clinica e pregandola di passare da casa sua per portarle la
valigia con qualche abito.
“Ti ho portato quello che mi hai chiesto ed ho comprato i
biglietti del treno”. La guardò con affetto, nonostante Anna fosse il suo
personale cubo magico da quando l’aveva conosciuta, ventitré anni prima, e
ancora oggi non fosse riuscita a riordinarne tutte le facce.
“Ti fanno molto male?”
Anna sollevò le mani, coi palmi rovesciati, mostrandole le bende.
“Bruciano, ma almeno, d’ora in poi, risparmierò sui braccialetti!” Si
guardarono e si abbracciarono, ridendo, mischiando alle risa qualche goccia
salata.
Sergio
diede ad Anna una lettera da consegnare al suo amico Silvano. “Vedrai, ti
troverai bene e sono certo che ne uscirai rafforzata”.
“O
impazzirò del tutto”.
“Saresti
una pazza adorabile”. Negli occhi castani di Sergio, c’era ancora quel velo di
affetto, come l’ombra data da un grosso albero. Le baciò le guance con
discrezione, perché entrambi sapevano che, di foglie, quella pianta ne aveva
già cambiate molte e che le nuove non erano più le stesse che l’avevano
rivestita allora.
“Verrò a
trovarti”.
“Ti
ringrazio di avermi dato questa possibilità”.
“Tu che
ringrazi, Anna?”
Lei
inghiottì e annuì con gli occhi neri, lucidi di pianto. “Ho imparato una parola
nuova”.
Sergio
osservò il suo andarsene, camminando al fianco dell’amica. Chissà cosa aveva
veduto, là dov’era stata per pochi istanti. Perché la donna che era tornata nel
corpo che lui conosceva bene, era un’estranea che valeva la pena conoscere.
II
L’aria
era spazzata da un vento gelido e quel giorno, sedici novembre 2002, cadeva una
pioggerella mescolata alla sabbia del deserto. Il paesaggio era come una tela
raffigurante un alone rossastro. Non c’era pozzanghera o superficie in cui
l’acqua non si fosse mischiata alla polvere allogena.
Anna
sedeva composta sul sedile della macchina di Amanda, che profumava di un
qualche deodorante fruttato per auto. Quella giornata apparteneva alla polvere
rossa e all’inizio di una nuova avventura; non essendoci stata una fine, la sua
vita proseguiva, che lei lo volesse o no.
Amanda
frenò in prossimità di un passaggio pedonale e un uomo attraversò di corsa, dal
suo ombrello pendeva il cartellino col prezzo.
Anna
sorrise: “Sarà il costo suo, o dell’ombrello?”
“Il suo,
un buon ombrello vale molto di più!”
Le due
amiche risero, forse non come un tempo, nemmeno come la settimana prima,
nell’ultima occasione in cui si erano viste, perché allora non c’era la marcata
presenza delle bende a incorniciare i polsi di Anna.
Amanda
posteggiò nel parcheggio della stazione; prese la valigia dell’amica e insieme
s’incamminarono verso il binario da cui sarebbe partito il loro treno. Sul
marciapiede, spiccava la bianca presenza di un assorbente che era stato
utilizzato come notes, per segnarci un numero di telefono. Anna pensò che,
camminando nelle vie degli altri, si potessero raccogliere così tante stranezze
da farci un libro, perché certe cose non si possono inventare.
Il loro
treno arrivò con un quarto d’ora di ritardo. Scelsero uno scompartimento vuoto
e presero posto.
“Sei
stata molto gentile a volermi accompagnare”, disse Anna.
Amanda si
raccolse con una mano i capelli, per poi lasciarli ricadere sulle spalle
minute. “Ci aspettano tre ore di viaggio, vuoi spiegarmi cos’è successo?”
La loro
era un’amicizia senza preamboli ed Anna apprezzò il fatto che la schiettezza
dell’altra non fosse rimasta intaccata dal suo gesto. Se fra di loro si fosse
intromesso l’imbarazzo, o la diplomazia, sarebbe stato come porre un bel punto
nero alla fine di una lunga frase.
Il treno
si mise in movimento e Anna iniziò a parlare: “Ho litigato ancora con Linda”.
“La causa
è sempre Matteo?”
“Sì”.
Matteo
era il ragazzo di sua figlia, o meglio, il ragazzo con cui Linda avrebbe voluto
stare, se Anna non avesse cercato in tutti i modi di impedirglielo.
“è venuta a casa, dicendomi che si erano
fidanzati ufficialmente, mostrandomi l’anello che le aveva regalato. Lo ha
fatto, dopo che io le avevo detto che non volevo più vederli insieme”, sbirciò
l’amica, per poi tornare a guardare il mondo scorrere fuori dal finestrino.
“Dovevi vedere la sua faccia e i suoi occhi, era così felice”.
“E tu hai
dato in escandescenze”.
“Non
volevo perderla”.
“Ha
diciassette anni”.
“Lo so.
Me ne sono uscita con i miei soliti ricatti, i sacrifici che ho fatto per lei,
quanto saremmo state felici noi due sole. Mi ha detto che se continuavo a
pensarla così, lei se ne sarebbe andata via da casa”.
“E tu?”
“L’ho
colpita”.
“L’hai
picchiata?”
Anna
annuì e sul suo viso si configurò una nuova comparsa, insolita nello scenario
del suo carattere: il rossore.
“L’ho
fatto e così l’ho persa. Ha preso le sue cose, mentre ci urlavamo a vicenda
parole che nessuna delle due ha ascoltato, e poi è andata via”.
“Anna… ti
sei resa conto in questi due giorni, di quanto tu sia diversa?”
“Ho
paura, Amanda, paura di quello che sono stata”.
Rimasero in
silenzio, col brontolio dello scorrere del treno a intromettersi nell’assenza
di rumori dello scompartimento.
Amanda
sbirciò a sua volta la pioggia rossa che rigava il finestrino. “Ed è stato
questo?”
“No. Ho
passato dei giorni come in trance, pensando a come fare per farla tornare da
me”, sembrò vergognarsi di quello che aveva ancora da dire. “Due giorni fa, ero
vicina alla finestra, sperando nel suo ritorno, ho iniziato a piangere. Una
lacrima è caduta sulla fotografia di mia madre, sai, quella che c’è sul
tavolino accanto al divano?”
“Sì”.
“è stato come se fosse di mia madre, la
goccia scendeva lenta sul suo viso, sembrando il percorso di una lacrima sua”.
Anna tremava e anche questo non era da lei. “Mia madre ha sempre cercato di
farmi cambiare, forse usando metodi sbagliati, ma erano gli unici che
conosceva. è stato come se tutto
tornasse: la mia infanzia, gli errori… mi sono vista nel riflesso del vetro
della fotografia, a spartirci una lacrima che non sapevo più se fosse mia, o
sua. Mi sono vista dentro, capisci?”
Amanda le
sedette accanto, facendole posare la testa sulla sua spalla. “Forse è successo
un miracolo, ma lo sai che ti ho sempre voluto bene per quel che sei”.
“Come hai
potuto? Sono stata un mostro”.
“Un
mostro non avrebbe mai capito”.
“E adesso?”
“Adesso
stai in clinica per un po’ e ti prendi tutto il tempo che ti serve per capire
cosa vuoi”.
“E se non
ci riesco? Se non riesco più a voler vivere?”
“Vengo a
trovarti e ti riempio di botte! Ti do tutte quelle che non ti ho mollato in
questi anni!”
Risero,
Anna, per metà singhiozzando. Amanda pensò che fosse meraviglioso l’umido del
pianto dell’altra sulla sua spalla, perché erano anni che aspettava il ritorno
della coscienza di Anna.
Il treno giunse a destinazione e le due amiche scesero. Amanda con
la valigia di Anna fra le mani. “Prendiamo un taxi?”, domandò.
“Sì”.
Dalla stazione il mare non si vedeva, ma s’intuiva la sua brezza,
il suo eterno movimento. Non pioveva e il cielo era carico del peso incorporeo
delle nuvole.
Le due donne salirono sull’auto che si era fermata accanto al
marciapiede e diedero l’indirizzo della clinica.
“Andate a trovare qualcuno?”, s’informò il tassista.
“No”, rispose Anna.
L’uomo cambiò subito espressione, mettendosi a fischiettare un
successo rock del passato. In realtà stava pensando perché proprio sul suo
mezzo doveva salire quella svitata. Poteva anche essere pericolosa, per questo
l’altra (niente male, belle gambe), l’accompagnava.
Anna capì che aveva fatto male ad esibire la sua sincerità
acquisita di recente, perché se c’era qualcosa con cui non andava d’accordo,
erano proprio i pregiudizi delle persone ignoranti. Abbassò gli occhi a
studiarsi le mani: i polsi erano ben nascosti dal cappotto e da un pesante
maglione. Amanda le sussurrò all’orecchio: “Ecco il primo <<pazzo-fobico>>!”
Anna riuscì a ridere, sciogliendo la tensione che le stava
comprimendo lo stomaco.
“Piantala!”
“Forse è meglio che ti rimetta le manette!”, disse Amanda ad alta
voce.
Il tassista lanciò loro dei brevi sguardi dallo specchietto
retrovisore e fu più che lieto di arrivare alla clinica.
Anna studiò l’edificio bianco, con le persiane azzurre. Sul tetto,
c’era una scala a chiocciola che saliva su una torre, da cui poter ammirare il
mare muratore, colui che fa e disfa i cumuli di sabbia.
“Questo posto è stupendo!”, esclamò Amanda. “Posso fermarmi
anch’io?”
Varcarono il cancello, dipinto anch’esso di bianco con certosina
pazienza, infatti, era composto da migliaia di ghirigori e la cancellata
racchiudeva tutta la casa, parte della spiaggia e un piccolo posteggio.
Entrarono dalla porta d’ingresso colorata di azzurro come le
persiane e si trovarono in un corridoio che immetteva in un vasto salone.
Udirono delle voci e avanzarono nella loro direzione. Nella sala, c’erano due
donne: una delle due era un’infermiera di colore, l’altra una paziente.
“Sei solo una negra!”, disse indispettita la donna dai corti
capelli biondi, stopposi.
“Ti accorgi del mio colore, solo quando ti fa comodo!”, rispose
l’altra, con voce bonaria. Poi si rivolse alle nuove venute: “Salve! Una di voi
due è Anna?”
“Sono io”.
“Vieni, ti stavamo aspettando. Io sono Dani”. Le porse la mano,
prendendo la sua con estrema delicatezza: sapeva.
“Questa simpaticona è Irene”.
La donna avanzò verso di loro, il labbro inferiore rovesciato in
fuori, la camminata simile a quella claudicante di un anziano; eppure gli occhi
castani che guardavano dal corpo tremulo, appartenevano ad una donna di
quarantotto anni.
“Hai una sigaretta?”, domandò a una di loro, o ad entrambe.
“No”. Anna non sapeva
come comportarsi e, quando Irene si voltò, piangendo, andandosene via, si sentì
tremendamente in colpa. “ Mi dispiace, non volevo farla piangere”.
Dani le mise un braccio sulle spalle: “Non preoccuparti, avrebbe
pianto in ogni caso”.
Le fece accomodare su delle poltrone poste davanti ad un camino.
“Aspettatemi qui, vado a prendere i documenti da farti firmare”.
Anna si rivolse disperata all’amica: “Ma cosa ci faccio qui? Hai
visto quella donna? è pazza!”
Dani tornò, prima che Amanda potesse risponderle. “La parola pazza
a me non piace molto, e credo che nemmeno a Irene farebbe piacere essere
chiamata così”, diede un’occhiata ai fogli che aveva in mano. “Tu sei qui …
perché è già la seconda volta che tenti il suicidio e nemmeno questo è da
persona molto stabile, sai?” Gli occhi neri della donna si allargarono in una
buffa espressione. “Firma qui”.
Le fece salire al piano superiore, dove c’erano le camere. Amanda
posò la valigia sul letto di destra, essendo l’altro occupato.
“Dormo con qualcuno?”
“Sì, con Fulvia”.
“Che problema ha?”
Dani si mise una mano sotto al mento, spingendo in fuori le labbra
scure e carnose.
“Vediamo… non ha ancora ucciso nessuno, non è violenta…”
Anna alzò le mani, provocandosi una fitta ai polsi: “E va bene, mi
arrendo!”
“Stavo solo scherzando! Soffre di depressione. Ti abbiamo fatto un
favore, sai? è la meno
pericolosa”. Non si capiva quando scherzava, né quanto facesse sul serio.
Irene mise dentro la testa: “Dormi qui?”
Anna annuì.
“Io sono due camere più in là, dormo da sola, perché piango
sempre”.
“E rompi tanto!”, l’imbeccò Dani.
“Non è vero!”, sorrise.
“Sì, invece!”
“Sei una negra!”
“E tu una mozzarella!”
“Non è vero!” Ora rideva e Dani l’accompagnò fuori. Prima di uscire,
si volse verso Anna: “Sistema pure le tue cose. Pranziamo nel salone, se vuole,
può rimanere anche la tua amica. A proposito, ce l’hai un nome?”
“Amanda!” Lo disse alla schiena di Dani che spariva fuori dalla
porta.
Anna andò ad affacciarsi alla finestra e guardò il mare: le onde
bianche e grigie che si muovevano instancabili e inarrestabili. “Amanda,
portami via da qui”.
“Non giudicare dall’apparenza, non hai ancora conosciuto le altre
e Dani mi sembra una brava persona”.
Un gabbiano spezzò col suo volo la monotonia del cielo.
“Provo a stare qui una settimana, ma se non ce la faccio, torni a
prendermi”.
Amanda la guardò negli occhi: “Hai paura?”
“Sì”.
Si abbracciarono e Fulvia, entrando, sorprese la loro stretta.
“Oh! Scusatemi”.
Anna le andò incontro: “Sei Fulvia?”
“Sì, e tu sei Anna”. Le porse la mano, stringendo la sua le fece
male e Anna pensò che, per fortuna, non tutti erano stati messi a parte del suo
segreto.
“Lei è Amanda, una mia amica”.
Fulvia aveva degli splendidi capelli rosso tiziano, che le
scendevano in un taglio scalato sulle spalle. Il viso era un ovale macchiettato
dalle efelidi e da cui gli occhi nocciola guardavano, forse, un po’ troppo
apertamente.
“Hai già conosciuto qualcuno?”, domandò.
“Solo
Irene”.
“Povera Irene, lei è il caso più disperato, qui”. Sedettero sul
letto di Anna, parlandosi come se si conoscessero da sempre. Amanda le indicò
la porta: “è nata così?”
“No. è stato il
marito. La picchiava sempre, un giorno, l’ha percossa sulla testa e da
allora…”, fece un’alzata di spalle.
“è terribile”,
commentò Anna.
“Sì, lo è. Io sono la grande depressa della clinica, e tu?”
Anna fece per dire qualcosa, come ad esempio che lei era lì solo
per riprendersi, per ritrovarsi; ma poi si accorse di quello che aveva fatto e
che non era esattamente il rompersi di un piatto scagliato in un momento di
furore. “Io… ho fatto questo”, sollevò le maniche del maglione e mostrò le
bende ai polsi.
“Accidenti, un bel lavoro di taglio e cucito”.
Amanda e Anna si guardarono e cominciarono a ridere, sghignazzando
come due ragazzine.
“Cosa c’è? Fate ridere anche me”. Fulvia guardava ora una, ora
l’altra, coi suoi occhi grandi e un vago sorriso sulle labbra.
“Niente, è solo che Anna e io siamo due sarte!”
Fulvia si unì alla loro ilarità e ad Anna sembrò per la prima
volta di essere approdata nel posto giusto.
Anna e Amanda scesero di sotto; da una stanza uscì un ragazzo.
“Ciao, chi è Anna di voi due?”
“Sono io”.
Il ragazzo le strinse una spalla: “Io sono Maurizio, sono uno
degli operatori. Se ti serve qualcosa, puoi chiedere a noi”.
“Ti ringrazio”.
Le sorrise con una fila di denti irregolari che, a suo tempo,
avrebbero avuto bisogno di un buon apparecchio odontotecnico. “Hai già
conosciuto qualcuna delle ospiti?”
“Irene e Fulvia”.
“A quest’ora stanno tutte facendo ginnastica, le ritroverai a
pranzo”.
“Posso uscire a fare due passi?”
“Certo, qui nessuno è prigioniero!”
Le due amiche uscirono fuori e una leggera brezza le colpì in
viso, facendo loro lacrimare gli occhi per il gelo che portava con sé.
“Spero proprio di farcela”, disse Anna.
“Hai già fatto amicizia con Fulvia, no?”
Si diressero verso l’arenile, calpestando la sabbia irrigidita dal
freddo. La spiaggia era piuttosto grande e il mare ne lambiva i contorni con le
sue onde, smuovendone la sabbia utile per riempire clessidre; a significare che
il tempo si muove, cade e si ammonticchia instabile. In quei quarant’anni, Anna
l’aveva rigirata spesso la sua personale clessidra, a volte, perfino barando,
credendo di poter fare scorrere più veloce, o di rallentare i passi del tempo,
a proprio piacimento.
Era nata nel 1963, l’anno dell’assassinio di Kennedy e del
disastro della diga del Vajont. Il suo destino avrebbe potuto essere quello di
una bambina felice, desiderata dai genitori, nonostante i sacrifici per
mantenere la famiglia che in quegli anni, bene o male, si faceva tutti.
Non era mai riuscita ad immaginarsi sua madre Olga gravida, e
neppure a pensarsi cucciolo fra le braccia di mamma. Olga aveva un carattere
chiuso, ma forse lei se la ricordava a quel modo, per come poteva essere
diventata dopo la morte del marito; forse prima, era stata una donna allegra,
una madre affettuosa. Già… tutto stava in quel prima e in quel dopo: i
cambiamenti, i desideri, la sofferenza, l’egoismo che prendeva piano piano forma, fino a diventare il suo amico di giochi
invisibile.
Anna sollevò il viso e osservò le evoluzioni dei gabbiani che
volavano sopra le loro teste, urlandosi addosso a vicenda.
Erano anni che non ripensava più al suo passato, ma ora che
qualcosa in lei si era rotto e che non sapeva come ricostruirlo, aveva un suo
senso. A dire il vero, non sapeva nemmeno cosa dovesse ricostruire, o se non
fosse il caso di abbattere (facendole implodere come i vecchi palazzi), tutte
le decrepite costruzioni; guardandole accasciarsi su se stesse come povere ossa
stanche. Oppure c’era qualcosa che lei aveva trascurato, lasciandolo indietro e
solo, a piangere per essersi perso sul sentiero di un altro, che forse valeva
la pena di recuperare?
Restando, avrebbe capito, arrivando a desumere che tutto ciò che
doveva riattare non era altro che il ponte fra il vecchio e il nuovo. Perché
non si può cancellare il vissuto, ma occorre portarlo ad esempio per i passi
ancora da compiere.