SAN SILVESTRO IN CHALET
La ricorrenza
dell’ultimo dell’anno rappresentava una data importantissima perché era vissuta
come un’autorizzata occasione di sfrenata trasgressione: un’attesissima
circostanza che forniva a noi ragazzi e ragazze l’opportunità di trascorrere la
notte fuori casa, facendo bisboccia fino al mattino del primo gennaio, forti
dell’ottenuto consenso dei genitori disposti, almeno una volta all’anno, a
rispettare le esigenze festaiole dei figli. Ragion per cui, l’evento richiedeva
una oculata pianificazione.
Di solito, i
tentativi di programmazione della serata avevano luogo già fin dai primi di
novembre, con un paio di organizzatori sfegatati e anche un po’ fanatici che
proponevano le più svariate ed impensate soluzioni.
Massimo,
studente di quinta liceo scientifico e Ottaviano appena diplomatosi geometra,
nella prima fase di preparazione, stilavano l’elenco dei partecipanti, avendo
cura di combinare gli accoppiamenti giusti. Il motivo ispiratore era che la
ragazza scelta per quella nottata dovesse essere totalmente disponibile a
soddisfare le aspirazioni sessuali del compagno e, proprio per tale ragione, la
partecipazione delle fidanzate più o meno ufficiali era rigorosamente bandita.
In seguito, venivano valutate ed analizzate attentamente le possibili località
e le accessibili case dove poter consumare il rendez-vous di fine anno,
privilegiando le abitazioni o le seconde case risultanti sicuramente prive di
inquilini proprietari.
Si passavano
intere serate dedicate a perfezionare tutti i minimi particolari ed il solo
incarico delegato alle fanciulle considerate meritevoli di far parte della
comitiva, perché in possesso delle qualità ritenute adatte agli scopi dei
maschietti, consisteva nel dover provvedere al reperimento delle vettovaglie
indispensabili alla sussistenza della nostra piccola comunità godereccia.
Una volta
definitivamente formalizzato il preventivo di spesa da suddividersi tra una
ventina di partecipanti, subentravano Massimo ed Ottaviano per affrontare la
parte sicuramente più ardua di tutta la vicenda: far scucire ad ognuno di noi
la quota stabilita. Il che richiedeva almeno un mese di mercanteggiamento
furioso per via dei soliti morosi sistematicamente in ritardo nell’adempimento
della cruciale obbligazione. Si può dire che il giorno dopo Santo Stefano di
quel 1963 tutto fosse stato debitamente approntato per la notte fatale.
Fu scelto lo chalet
dei genitori di Gabriella, futura maestrina frequentante l’istituto delle Suore
Orsoline, famoso in paese per il suo
rigorismo morale nel garantire alla popolazione, allora esclusivamente
femminile, l’integrità verginale.
La preferenza
accordata, per maggioranza, a quella dimora situata a circa cinquecento metri
sul livello del mare, nel tratto di strada che collega la Prima Cappella al
Sacro Monte di Varese, traeva origine da una serie di ponderatissimi
ragionamenti.
Il primo: c’era
la garanzia che i genitori proprietari non sarebbero stati in alcun modo
presenti.
Il secondo:
l’abitazione era dotata di ben due camere da letto e di un paio di comodi
divani.
Il terzo: era
notorio che il padre di Gabriella fosse un ottimo estimatore sia di vini che di
superalcolici e, come tale, aduso a mantenere non carente il materiale
indispensabile alla libagione.
Il quarto: la
località ben si prestava, dal punto di vista logistico, in quanto distante poco
meno di una quarantina di chilometri da Saronno.
Il quinto, ma
non ultimo per importanza: Gabriella, per contraccambiare l’onore di essere
stata da tutti gratificata dalla possibilità di fungere da padrona di casa
pro-tempore, avrebbe potuto garantire la presenza di cinque o sei compagne di
classe, anch’esse tenacemente attratte dall’idea di una potenziale avventurosa
serata.
La carovana,
formata da due seicento di buon comando e da due millecento quasi nuove e tutte
avute in usufrutto momentaneo da parte dei padri proprietari, si mosse da
Saronno intorno alle diciannove. Gli otto ragazzi e le otto ragazze costituenti
il manipolo avevano un’età variabile dai diciotto ai vent’anni. Il che
permetteva loro di non nutrire preoccupazione alcuna sulle condizioni
atmosferiche della serata, la quale non
prometteva nulla di buono, soprattutto alla luce dei fiocchi di neve che
incominciavano ad imbiancare il percorso.
La strada
statale varesina fu percorsa senza particolari complicazioni, con il convoglio
delle auto che procedeva in regolare fila indiana durante l’attraversamento del
centro di Varese, mentre la bianchezza immacolata della neve lottava con il
tergicristallo che, a guisa di camaleonte, cambiava colore con l’imperversare
delle condizioni atmosferiche.
Giusto in
prossimità della Prima Cappella dove rimanevano da percorrere ancora cinque o
sei chilometri prima di raggiungere la meta agognata, si verificò un primo
inconveniente che sembrò vanificare il progetto intrapreso: la copiosa nevicata
impediva alle gomme delle auto di fare presa sulla strada che era completamente
in salita, molto angusta e, fortunatamente, priva di veicoli provenienti in
direzione contraria. A malapena fu possibile accostare le quattro auto al
ciglio della strada, mentre tutti uscivamo dalle autovetture, domandandoci che
cosa si potesse fare in un simile frangente.
Forti
dell’incoscienza giovanile che ci accomunava, non ci preoccupava l’imperversare
del maltempo, perché il nostro solo pensiero fisso era di poter dare inizio al
preventivato festino di fine anno. Le ragazze che, sotto il cappotto,
indossavano leggerissimi modelli un tantino osé, tremavano per il freddo
pungente, pur cercando di darsi un tono disinvolto, preoccupate solo
dell’incipiente umidità che avrebbe deturpato l’acconciatura concordata per
l’occasione con il parrucchiere di fiducia durante l’intera mattinata
dell’ultimo giorno dell’anno.
La sola nostra
vettura dotata di catene antineve era la più consunta delle due ’600, ma
nessuno di noi cavalieri aveva dimestichezza nell’utilizzo pratico di esse, che
avrebbero potuto essere l’unica ancora di salvezza. Ci demmo da fare tutti
insieme, ragazze comprese, riuscendo, dopo grandi sforzi, a montarle sulle
ruote mediante il poco nobile espediente di sollevare di peso quella logorata
utilitaria. Fu giocoforza lasciare le altre tre vetture al loro posto, mentre
Gigi, il guidatore della ’600, iniziava il primo dei cinque viaggi necessari
per trasbordare tutta la truppa nella magione agognata.
Alla fine,
grazie a questo piccolo, ma assai imprevisto incaglio, quando tutti giungemmo a
destinazione e, finalmente, al coperto, si erano già fatte le 22.30. Il
tragitto, ritenuto logisticamente valido in fase preventiva, da Saronno a lì,
aveva richiesto un tempo di tre ore e mezza, durante le quali erano stati
percorsi trentacinque chilometri.
Dopo l’ingresso
nel desideratissimo chalet, Gabriella, da perfetta padrona di casa, si
precipitò a mettere in funzione l’impianto di riscaldamento, dato che tutti,
senza toglierci i cappotti, ci eravamo spaparanzati sugli accoglienti divani,
mentre Massimo, da sapiente tempista, aveva riempito il giradischi con una
serie di microsolchi scelti ad hoc come ballabili assai lenti.
Sulle prime
note di What a sky
, con la voce di Nico Fidenco, furono aperte,
finalmente, le danze, tanto per creare la giusta atmosfera, nonostante
l’evidente impedimento causato dai pesanti cappotti, ma, prima che la canzone
finisse, Gabriella riapparve con desolante candore per dire una cosa che
suscitò in tutti noi un penoso senso di sconforto: “Temo che la caldaia non
funzioni bene”.
La prospettiva
di dover tirare fino alla mattina, con una temperatura che non intendeva
schiodarsi dai sette gradi sopra zero, non ci pareva molto allettante, ma
l’intervento di Ottaviano, inguaribile ottimista del tipo “siamo in un mare di
cacca! Bene, se gela pattiniamo”, risollevò l’atmosfera divenuta piuttosto
deprimente, oltre che naturalmente gelida.
“Ragazzi,
mangiamo e beviamo qualcosa, ci aiuterà a non pensare alla temperatura!”
In effetti,
l’estenuante tragitto, la neve, il freddo ormai penetratoci nelle ossa, aveva
contribuito a sviluppare un certo appetito. Così vino rosso, vino bianco,
tramezzini abbondantemente ripieni, lenticchie bollenti con salamelle
riuscirono a farci tirare la fatidica mezzanotte con i rituali, ripetuti
brindisi a base di spumante dell’Oltrepò Pavese.
Fummo tutte e
tutti pervasi da una sensazione accentuata di benessere con tendenza
all’ottimismo o, per meglio dire, si era raggiunto uno stato eccessivamente
euforico per aver bevuto più del consueto. Qualcuno cominciava a liberarsi
imprudentemente del cappotto grazie al temporaneo ottundimento delle facoltà
sensoriali provocato dall’effetto di Bacco coadiuvato da abbondante tabacco.
A questo punto
mancava ancora “Venere” al completamento della terna dei notori vizi destinati a
ridurre l’uomo in cenere.
Nel frattempo,
si andavano, all’uopo, formando le varie coppie, ognuna delle quali si spingeva
alla ricerca di un posticino appartato, con la speranza di contrastare il
rigore del clima mediante un calorifico avvinghiamento labiale.
Intanto,
l’affascinante Gigi, com’era ormai sua consuetudine, si era appropriato di
Grazia, da tutti considerata la femmina più dotata, tra quella ristretta
popolazione femminile partecipante al festino e, per di più consapevole che la
‘600 di suo zio, da lui guidata, fosse l’unica auto giunta a destinazione,
(aveva preferito lasciare a riposo la sua amata spider, per evitarle rischi
inutili in quella occasione), con intuizione caratterizzata da felice capacità
inventiva, pensò bene di andarsi a isolare con la sua meravigliosa dama
nell’utilitaria per sfruttare il benefico calore derivante all’interno grazie
all’accensione del motore.
Massimo ed
Ottaviano, accortisi della sua assenza, udito il rumore proveniente dall’auto,
restarono folgorati dalla luminosa pensata di Gigi, precipitandosi
immediatamente ad estrarre dall’abitacolo i due corpi ormai in avanzato stato
di estasi, per trascinarli di forza all’interno della casa.
Scaturì subito
una vergognosa contrattazione tendente a far godere tutti gli altri quella
medesima appagante comodità. Dopo circa mezz’ora di trattative estenuanti, fu
raggiunto il seguente accordo: ognuna delle otto coppie avrebbe avuto venti
minuti cronometrati a disposizione per bearsi dell’usufrutto di quel caldo pied – a – terre motorizzato.
Si trattava di
un tempo veramente ristretto, che richiedeva una specie di performance
comportamentale la quale non poteva essere appannaggio di tutti (chiaramente il
riferimento era diretto ai soli maschi).
Trascorsi quei
centosessanta minuti (venti per otto),
intorno alle tre del mattino, ci si sarebbe nuovamente messi sulla via del
ritorno, posto che le rimanenti vetture abbandonate sul ciglio della strada
fossero in grado di riprendere la marcia.
Fortunatamente,
l’abbondante nevicata, nel corso della nottata, era andata trasformandosi in
pioggia: il che ci facilitò la manovra di inversione dei veicoli, consentendoci
il rientro a Saronno, dopo circa un’ora e mezza di viaggio.
Intorno alle
cinque, ognuno di noi poteva considerarsi rincasato e pronto ad abbandonarsi ad
un sonno pesante e profondo fino all’ora di cena.
All’interno del
gruppo di noi giovani esuberanti ed assidui ricercatori degli agi e dei piaceri
che quegli indimenticabili ma incoscienti anni, potevano offrire, vigeva una
tacita ed implicita consuetudine, secondo la quale, dopo una nottata colma di
imprevisti e di piacevoli accadimenti, i maschietti coinvolti dovevano
raccontarsi a vicenda gli aspetti più piccanti e licenziosi, aventi lo scopo di
illustrare, “coram populo”,
i comportamenti e le reazioni delle rispettive compagne con le quali era
intercorso qualche attimo di intimità.
La qualcosa
aveva come fine di consentire una valutazione complessiva di ogni fanciulla per
migliorare lo “stile di conduzione”, in caso di ulteriori futuri approcci.
Ne scaturì una
specie di impegnativa tavola rotonda di impronta decameronesca
da cui, per esempio, emergeva come Grazia, compagna di giochi di Gigi, nonostante
la sua già citata avvenenza, fosse piuttosto freddina e priva di desiderio
durante le schermaglie amorose: come dire che non sempre l’abito fa il monaco.
Oppure si
scopriva, tramite le assicurazioni di Massimo, che Gabriella, piuttosto
insignificante dal punto di vista fisico, fosse, di contro, dotata di un caldo
temperamento da cui trasparivano ardore ed impeto nel momento cruciale
dell’amplesso.
O ancora,
secondo la testimonianza di Ottaviano, veniva alla luce che Conny lasciava fare
liberamente fino al limitare dello sterno, impegnandosi strenuamente a bloccare
ogni tentativo di espatrio o superamento di quella speciale linea Maginot.
Io stesso
dovevo rassegnarmi a rendere nota l’esperienza vissuta con Carla, nell’arco di
quei famosi venti minuti di mia pertinenza, senza poter astenermi dal precisare
come lei fosse più propensa a raggiungere uno stato di eccitamento quasi
parossistico solo ed esclusivamente con la tecnica del “fai da te”, con
conseguente naturale imbarazzo da parte mia, nel vedermi assolutamente non contributorio durante quella particolare fase.
Per non parlare
della quasi incredibile narrazione di Pierangelo avente come oggetto il
comportamento messo in atto da Marinella, che era risoluta ad offrirsi ad
un’unica condizione: provare sulla neve le sensazioni amorose, con gran
disappunto dello stesso Pierangelo, incapace di concentrarsi, dopo essersi
sdraiato sul candido manto, per l’evidente e conseguente congelamento degli
arti superiori, inferiori e “centrali”.
Emblematiche
storie, queste, di una generazione nata con le ali, che non è mai diventata
aquila, ma alla quale sarebbe spiaciuto morire alla stregua di gallina
infreddolita.
De Andrè cantava La canzone di Marinella, mentre Bandiera
gialla otteneva uno strepitoso successo, con la diffusione fra noi giovani
dei blue jeans, simbolo di trasgressione. Del resto, andavano forte anche i
pantaloni a zampa d’elefante e i mini pull, anche se la loro sarà un’effimera
moda.
Anni ’60 con
quel suono dolce, irripetibile dei vent’anni. Quegli anni passati con la nostra
giovinezza ci resteranno dentro come una festa finita all’alba, con il tempo
che passò troppo veloce.
Per noi,
interpreti principali, essi costituivano la belle epoque
della modernità: sesso, politica e Rolling Stones.
Come se fosse
scattata una molla, succedeva di tutto e noi eravamo raggianti e ruggenti,
ambigui e contradditori, inquieti e provocatori. Quasi come a dire che la
nostra non più rivivibile generazione voleva tutto e subito: tutta la vita in
un giorno. Un’esistenza esauritasi nel “espace d’un matin”, con sempre sullo sfondo la colonna sonora delle più
belle canzoni del mondo.
Amiamo ancora
oggi quegli anni, non perché siano stati formidabili, ma perché continuano a
portare in dote la nostra giovinezza ad onta dell’incrudelire dei “labuntur anni”. Facendo massa attorno ai juke box, ballando il twist e lo shake, si adoravano i
poster di Caterine Spaak con la frangia e gli occhi
assassini.
Ognuno di noi
faceva carte false pur di uscire con le “più carine”, baciandole con goffo
ardore, perché a scuola certe cose non ce le avevano insegnate: di quante
ragazze speciali ci siamo innamorati di un amore eterno destinato a durare fino
al prossimo, che era regolarmente dietro l’angolo.
Quanti sono
stati protagonisti di quell’epoca adorata non dovrebbero mai invecchiare,
perché la vecchiaia è l’impietosa messa a nudo della natura umana e perché, da
giovani, la si considerava un evento assolutamente non applicabile a noi, che
ci consideravamo padroni del mondo ed incessanti scopritori della piccola
felicità del superfluo.
Parimenti,
accomunate a noi in questo illusorio nirvana, le ragazze si facevano più
aggressive nell’abbigliamento, ballando come scatenate Saint Tropez, il
twist di Peppino di Capri ed indossando provocanti giubbini e pantaloncini
corti che lasciavano già un tantino scoperta una mini porzione di pancia,
inconsapevoli di avere anticipato una forma di moda che sarebbe stata propinata
del tutto innovativa ben cinquant’anni dopo. Intanto, la tromba di Nini Rosso
ci entusiasmava con le note del Silenzio, mentre Jimmy Fontana con Il
mondo favoriva estenuanti limonate consumate sul ridotto spazio di una
mattonella.
I
giovani degli anni ’60 erano un misto di innocenza infantile, di brame ostinate
e tormentose, di appetiti sessuali incontrollati e quasi da esaurimento
nervoso, un ribollire di sessualità in dosi, per fortuna, ben controllate dai
genitori, i quali faticavano a stare al passo con quei figli protagonisti della
prima generazione che non doveva lottare per la sopravvivenza e che, perciò, si
rivolgeva ad obiettivi di adempimento personale o di convivenza senza
preoccupazione con gli altri coetanei.
La
sala, per così dire, sotterranea del Cadorna, oltre che ad offrire a noi
giovani l’attrattiva del biliardo, delle boccette e dei giuochi con le carte,
costituiva un forte richiamo di carattere leggermente morboso a chi si
compiaceva nello spiare, non visto, l’intimità altrui.
Infatti,
una porzione d’angolo del soffitto era formata da una grata che dava sul
marciapiede su cui il passaggio dei pendolari diretti o provenienti dalla
stazione era molto intenso e frequente a tutte le ore del giorno.
Tale
struttura di elemento metallico assicurava la chiusura di quel punto della sala
senza impedire il passaggio dell’aria e della luce.
Attraverso
i pertugi di quell’inferriata risultavano ben visibili gli arti inferiori dei
passanti e delle passanti. è noto
come, in quegli anni, l’uso dei pantaloni da parte delle donne non fosse diffuso
come al giorno d’oggi, essendo la gonna o, per le più giovani, la minigonna,
l’indumento più comunemente utilizzato.
In
tal modo, quella grata del Cadorna era diventata una specie di sala
cinematografica affollatissima, nelle ore di punta del pomeriggio, da molti di
noi che, col naso all’insù, potevamo scarrozzare con lo sguardo fino ad
individuare il colore delle mutandine di quante fanciulle, ignare d’essere
poste sotto stretta osservazione, dovevano transitare da quel tratto di
marciapiede.
Alcuni
di noi, dotati più degli altri di formidabile colpo d’occhio, arrivavano al
punto di identificare le generalità della passante grazie alla conformazione
più o meno allettante dell’arto inferiore compreso tra il ginocchio e la
coscia.
L’approssimarsi
della sera e della conseguente oscurità poneva momentaneamente termine a quella
che poteva considerarsi una delle prime proiezioni a “luci rosse”.
Oltre
quegli spezzoni di film vietati ai minori di sedici anni, il salone sottostante
il Cadorna offriva degli appassionanti e frequentissimi tornei di biliardo a
cui partecipavano giocatori di tutte le età dotati di grande abilità con la
stecca.
Tra
questi, primeggiava un certo Renè di cui tutti noi conoscevamo solo codesto
soprannome.
Renè,
di professione era sarto per uomo, attività che svolgeva in un bugigattolo
posto in un quartiere popolare in periferia di Saronno. Lì aveva una piccola
camera da letto con annesso cucinino e servizi ed un locale adibito a
laboratorio, dove approntava pantaloni, camicie e giacche ad una ristretta
clientela da lui selezionata che gli consentiva un modesto tenore di vita.
Sapeva destreggiarsi con la macchina da cucire con incredibile perizia, tale da
superare molte donne sarte che attendevano a lavori di taglio e di cucito per
la confezione di abiti.
Ma
la sua grande passione era il teatro, che asseriva di aver fatto per diverso
tempo qualche anno prima in una compagnia della famiglia Rampoldi
- Rame, la quale girava nei teatrini della provincia di Varese e Como,
rivestendo il ruolo femminile di Madame Pompadour.
Renè,
frequentando il Cadorna, era entrato nelle simpatie di molti di noi per la sua
spassosa disinvoltura nell’assumere atteggiamenti e moine femminili, grazie
alle quali sapeva creare un’atmosfera di festosa ilarità, senza celare in alcun
modo la sua dichiarata omosessualità che, strano a dirsi, non ci dava
assolutamente fastidio.
A
tutto ciò si aggiungeva un certo livello culturale che gli permetteva di
discutere con noi di ogni argomento, arricchendolo con i suoi moti di spirito
non disgiunti da un’innata vis comica.
Dalla
clientela più avanti di età del Cadorna non era tanto ben visto, proprio per
l’etichetta che si portava dietro di pederasta incallito, la quale suscitava
tanta disapprovazione da parte di molti che arricciavano il naso di fronte alle
pose così dichiaratamente provocatorie di Renè.
Siciliano
di nascita, ma da molti anni residente nel nostro borgo, Renè, pur non essendo
molto alto, esibiva un fisico piuttosto asciutto che si completava con un viso
espressivo, in cui gli occhi, agitati con moto circolare, la facevano da
padroni. Sua caratteristica inconfondibile era l’uso frequente di un
intercalare pronunciato per rafforzare certe sue affermazioni:
“Siete
tenuti ad ascoltare e non a credermi!”
E
noi che, per partito preso, eravamo sempre in una posizione di controcorrente
rispetto a certi modi di pensare da parte di alcune persone più anziane del
Cadorna, non condividevamo tali forme di bacchettoneria quasi elevata a sistema
di vita.
Cosicché
giudicavamo Renè come una persona del tutto normale, astenendoci dall’entrare
nel merito delle sue atipiche tendenze, in quanto ritenevamo che esse facessero
esclusivamente parte della sua sfera privata di vita.
Per
di più, era uno spettacolo guardarlo giocare a biliardo, dove manifestava la
sua più elegante perizia e rara maestria al punto che, anche Ottavio e Massimo,
tra i più bravi di noi in quella disciplina, finivano sempre soccombenti, nel
corso delle gare e tornei che, di volta in volta, venivano organizzati.
Renè
maneggiava la stecca con delicatissima eleganza, mimando e ripetendo sempre la
sua consueta formula che ci faceva sbellicare dalle risa:
“Vedete
ragazzi, la stecca va come lisciata, passandovi sopra ripetutamente le mani, va
vezzeggiata insistentemente avanti e indietro, avanti e indietro, ma con quella
morbidezza doverosa come se si dovesse procurarle una specie di piacevole
orgasmo e poi la sua punta avvolta dal gesso celeste deve sentirsi oggetto di
un manifesto contatto labiale”.
Una
sera, capitò che Renè si trovasse ad affrontare il Forloni.
Costui
era un rozzo industrialotto del luogo arricchitosi
con la produzione e la vendita di scatole di latta a produttori di dolciumi,
biscotti e caramelle. Si vociferava che, prima del ’45, fosse stato un
esponente di spicco del fascio saronnese, per farsi poi notare con il
fazzoletto rosso al collo, subito dopo il crollo del regime.
Era
notoria l’avversione, l’ostilità incoercibile e la ripugnanza che provava per
Renè, perché lo considerava un diverso ed un sottoprodotto della specie umana,
esternando apertamente in pubblico tali sue convinzioni.
Con
una certa ostentata presunzione più volte aveva affermato di considerarsi il
più bravo giocatore di biliardo esistente, non solo al Cadorna, ma anche nel
saronnese.
Come
sogliono fare i villani rifatti, gettava sul panno verde una cospicua mazzetta
di mille lire, guatandosi intorno se mai ci fosse qualcuno disposto a mettere
sul tavolo un’analoga somma per disputarsela in una partita secca al
cinquantuno.
Renè
si fece avanti, tra la meraviglia di tutti noi, ponendo in una buca del
biliardo tutto il denaro che aveva e che, forse, avrebbe dovuto utilizzare per
pagare il trimestre di pigione di quel suo laboratorio.
Senza
darlo a vedere, Massimo, Ottavio, io e tutti gli altri facevamo un intimo tifo
per Renè.
I
due cominciarono a giocare molto cavallerescamente, mentre, in disparte, con
rispettosa curiosità, stavamo in grande ammirazione di Renè che riusciva a far
carambolare le biglie, determinando abbondanti bevute di punti da parte del Forloni.
Se
si tien conto che il Forloni,
ad inizio partita, aveva dichiarato che giocatori come Renè se ne potevano bere
un paio al giorno come uova fresche, è comprensibile la stizza e la viva
irritazione da lui provata, avendo ignominiosamente perso cinquantuno a
trentotto.
Gettò
con violenza la stecca sul biliardo, buttando quasi addosso a Renè la mazzetta
delle mille lire.
E
qui Renè superò se stesso, raggiungendo il più altro grado di sublimità, con lo
stringere la mano al Forloni come si usa al momento
delle presentazioni: “Piacere e grazie, signor Forloni,
lei è stato sconfitto da Madame Pompadour!”
Dopo
aver gratificato di parecchi insulti Renè, con termini indecorosi per un industrialotto ancorché arricchito ed accennando a parti
del corpo umano poco nominabili, il Forloni se ne
andò fumante di rabbia.
Mentre
saliva la scala, sentimmo che, a voce alta, diceva a papà Aldo: “Tipi di questo
genere non ne dovete far entrare al Cadorna. Questo è un posto per veri signori
e non per lavativi e facce di palta come quello che giocava con me!”
Nel
salone, esplose una generale risata liberatoria da parte di tutti noi e Renè
mise a disposizione la somma vinta per offrirci toast, panini e birra, nel
mezzo del tripudio generale che accompagnava la sua trionfale uscita dal
Cadorna, durante la quale, per non smentirsi, si accomiatò da noi, pronunciando
una delle sue frasi di rito: “Buona sega a tutti!”
Fummo
universalmente concordi nel considerare quella straordinaria serata come una
singolare lezione di vita, perché poco bastava a farci sentire tutti egualmente
entusiasti nel pianeta illusorio degli anni ’60.