Casella di testo: DARIO GHIRINGHELLI

STORIE DI PROVINCIA 
DEGLI ANNI '60
 

 

 

 

 

 

 

 

 


SAN SILVESTRO IN CHALET

 

 

La ricorrenza dell’ultimo dell’anno rappresentava una data importantissima perché era vissuta come un’autorizzata occasione di sfrenata trasgressione: un’attesissima circostanza che forniva a noi ragazzi e ragazze l’opportunità di trascorrere la notte fuori casa, facendo bisboccia fino al mattino del primo gennaio, forti dell’ottenuto consenso dei genitori disposti, almeno una volta all’anno, a rispettare le esigenze festaiole dei figli. Ragion per cui, l’evento richiedeva una oculata pianificazione.

Di solito, i tentativi di programmazione della serata avevano luogo già fin dai primi di novembre, con un paio di organizzatori sfegatati e anche un po’ fanatici che proponevano le più svariate ed impensate soluzioni.

Massimo, studente di quinta liceo scientifico e Ottaviano appena diplomatosi geometra, nella prima fase di preparazione, stilavano l’elenco dei partecipanti, avendo cura di combinare gli accoppiamenti giusti. Il motivo ispiratore era che la ragazza scelta per quella nottata dovesse essere totalmente disponibile a soddisfare le aspirazioni sessuali del compagno e, proprio per tale ragione, la partecipazione delle fidanzate più o meno ufficiali era rigorosamente bandita. In seguito, venivano valutate ed analizzate attentamente le possibili località e le accessibili case dove poter consumare il rendez-vous di fine anno, privilegiando le abitazioni o le seconde case risultanti sicuramente prive di inquilini proprietari.

Si passavano intere serate dedicate a perfezionare tutti i minimi particolari ed il solo incarico delegato alle fanciulle considerate meritevoli di far parte della comitiva, perché in possesso delle qualità ritenute adatte agli scopi dei maschietti, consisteva nel dover provvedere al reperimento delle vettovaglie indispensabili alla sussistenza della nostra piccola comunità godereccia.

Una volta definitivamente formalizzato il preventivo di spesa da suddividersi tra una ventina di partecipanti, subentravano Massimo ed Ottaviano per affrontare la parte sicuramente più ardua di tutta la vicenda: far scucire ad ognuno di noi la quota stabilita. Il che richiedeva almeno un mese di mercanteggiamento furioso per via dei soliti morosi sistematicamente in ritardo nell’adempimento della cruciale obbligazione. Si può dire che il giorno dopo Santo Stefano di quel 1963 tutto fosse stato debitamente approntato per la notte fatale.

Fu scelto lo chalet dei genitori di Gabriella, futura maestrina frequentante l’istituto delle Suore Orsoline, famoso in paese per  il suo rigorismo morale nel garantire alla popolazione, allora esclusivamente femminile, l’integrità verginale.

La preferenza accordata, per maggioranza, a quella dimora situata a circa cinquecento metri sul livello del mare, nel tratto di strada che collega la Prima Cappella al Sacro Monte di Varese, traeva origine da una serie di ponderatissimi ragionamenti.

Il primo: c’era la garanzia che i genitori proprietari non sarebbero stati in alcun modo presenti.

Il secondo: l’abitazione era dotata di ben due camere da letto e di un paio di comodi divani.

Il terzo: era notorio che il padre di Gabriella fosse un ottimo estimatore sia di vini che di superalcolici e, come tale, aduso a mantenere non carente il materiale indispensabile alla libagione.

Il quarto: la località ben si prestava, dal punto di vista logistico, in quanto distante poco meno di una quarantina di chilometri da Saronno.

Il quinto, ma non ultimo per importanza: Gabriella, per contraccambiare l’onore di essere stata da tutti gratificata dalla possibilità di fungere da padrona di casa pro-tempore, avrebbe potuto garantire la presenza di cinque o sei compagne di classe, anch’esse tenacemente attratte dall’idea di una potenziale avventurosa serata.

La carovana, formata da due seicento di buon comando e da due millecento quasi nuove e tutte avute in usufrutto momentaneo da parte dei padri proprietari, si mosse da Saronno intorno alle diciannove. Gli otto ragazzi e le otto ragazze costituenti il manipolo avevano un’età variabile dai diciotto ai vent’anni. Il che permetteva loro di non nutrire preoccupazione alcuna sulle condizioni atmosferiche della serata, la quale  non prometteva nulla di buono, soprattutto alla luce dei fiocchi di neve che incominciavano ad imbiancare il percorso.

La strada statale varesina fu percorsa senza particolari complicazioni, con il convoglio delle auto che procedeva in regolare fila indiana durante l’attraversamento del centro di Varese, mentre la bianchezza immacolata della neve lottava con il tergicristallo che, a guisa di camaleonte, cambiava colore con l’imperversare delle condizioni atmosferiche.

Giusto in prossimità della Prima Cappella dove rimanevano da percorrere ancora cinque o sei chilometri prima di raggiungere la meta agognata, si verificò un primo inconveniente che sembrò vanificare il progetto intrapreso: la copiosa nevicata impediva alle gomme delle auto di fare presa sulla strada che era completamente in salita, molto angusta e, fortunatamente, priva di veicoli provenienti in direzione contraria. A malapena fu possibile accostare le quattro auto al ciglio della strada, mentre tutti uscivamo dalle autovetture, domandandoci che cosa si potesse fare in un simile frangente.

Forti dell’incoscienza giovanile che ci accomunava, non ci preoccupava l’imperversare del maltempo, perché il nostro solo pensiero fisso era di poter dare inizio al preventivato festino di fine anno. Le ragazze che, sotto il cappotto, indossavano leggerissimi modelli un tantino osé, tremavano per il freddo pungente, pur cercando di darsi un tono disinvolto, preoccupate solo dell’incipiente umidità che avrebbe deturpato l’acconciatura concordata per l’occasione con il parrucchiere di fiducia durante l’intera mattinata dell’ultimo giorno dell’anno.

La sola nostra vettura dotata di catene antineve era la più consunta delle due ’600, ma nessuno di noi cavalieri aveva dimestichezza nell’utilizzo pratico di esse, che avrebbero potuto essere l’unica ancora di salvezza. Ci demmo da fare tutti insieme, ragazze comprese, riuscendo, dopo grandi sforzi, a montarle sulle ruote mediante il poco nobile espediente di sollevare di peso quella logorata utilitaria. Fu giocoforza lasciare le altre tre vetture al loro posto, mentre Gigi, il guidatore della ’600, iniziava il primo dei cinque viaggi necessari per trasbordare tutta la truppa nella magione agognata.

Alla fine, grazie a questo piccolo, ma assai imprevisto incaglio, quando tutti giungemmo a destinazione e, finalmente, al coperto, si erano già fatte le 22.30. Il tragitto, ritenuto logisticamente valido in fase preventiva, da Saronno a lì, aveva richiesto un tempo di tre ore e mezza, durante le quali erano stati percorsi trentacinque chilometri.

Dopo l’ingresso nel desideratissimo chalet, Gabriella, da perfetta padrona di casa, si precipitò a mettere in funzione l’impianto di riscaldamento, dato che tutti, senza toglierci i cappotti, ci eravamo spaparanzati sugli accoglienti divani, mentre Massimo, da sapiente tempista, aveva riempito il giradischi con una serie di microsolchi scelti ad hoc come ballabili assai lenti.

Sulle prime note di What a sky , con la voce di Nico Fidenco, furono aperte, finalmente, le danze, tanto per creare la giusta atmosfera, nonostante l’evidente impedimento causato dai pesanti cappotti, ma, prima che la canzone finisse, Gabriella riapparve con desolante candore per dire una cosa che suscitò in tutti noi un penoso senso di sconforto: “Temo che la caldaia non funzioni bene”.

La prospettiva di dover tirare fino alla mattina, con una temperatura che non intendeva schiodarsi dai sette gradi sopra zero, non ci pareva molto allettante, ma l’intervento di Ottaviano, inguaribile ottimista del tipo “siamo in un mare di cacca! Bene, se gela pattiniamo”, risollevò l’atmosfera divenuta piuttosto deprimente, oltre che naturalmente gelida.

“Ragazzi, mangiamo e beviamo qualcosa, ci aiuterà a non pensare alla temperatura!”

In effetti, l’estenuante tragitto, la neve, il freddo ormai penetratoci nelle ossa, aveva contribuito a sviluppare un certo appetito. Così vino rosso, vino bianco, tramezzini abbondantemente ripieni, lenticchie bollenti con salamelle riuscirono a farci tirare la fatidica mezzanotte con i rituali, ripetuti brindisi a base di spumante dell’Oltrepò Pavese.

Fummo tutte e tutti pervasi da una sensazione accentuata di benessere con tendenza all’ottimismo o, per meglio dire, si era raggiunto uno stato eccessivamente euforico per aver bevuto più del consueto. Qualcuno cominciava a liberarsi imprudentemente del cappotto grazie al temporaneo ottundimento delle facoltà sensoriali provocato dall’effetto di Bacco coadiuvato da abbondante tabacco.

A questo punto mancava ancora “Venere” al completamento della terna dei notori vizi destinati a ridurre l’uomo in cenere.

Nel frattempo, si andavano, all’uopo, formando le varie coppie, ognuna delle quali si spingeva alla ricerca di un posticino appartato, con la speranza di contrastare il rigore del clima mediante un calorifico avvinghiamento labiale.

Intanto, l’affascinante Gigi, com’era ormai sua consuetudine, si era appropriato di Grazia, da tutti considerata la femmina più dotata, tra quella ristretta popolazione femminile partecipante al festino e, per di più consapevole che la ‘600 di suo zio, da lui guidata, fosse l’unica auto giunta a destinazione, (aveva preferito lasciare a riposo la sua amata spider, per evitarle rischi inutili in quella occasione), con intuizione caratterizzata da felice capacità inventiva, pensò bene di andarsi a isolare con la sua meravigliosa dama nell’utilitaria per sfruttare il benefico calore derivante all’interno grazie all’accensione del motore.

Massimo ed Ottaviano, accortisi della sua assenza, udito il rumore proveniente dall’auto, restarono folgorati dalla luminosa pensata di Gigi, precipitandosi immediatamente ad estrarre dall’abitacolo i due corpi ormai in avanzato stato di estasi, per trascinarli di forza all’interno della casa.

Scaturì subito una vergognosa contrattazione tendente a far godere tutti gli altri quella medesima appagante comodità. Dopo circa mezz’ora di trattative estenuanti, fu raggiunto il seguente accordo: ognuna delle otto coppie avrebbe avuto venti minuti cronometrati a disposizione per bearsi dell’usufrutto di quel caldo pied – a – terre motorizzato.

Si trattava di un tempo veramente ristretto, che richiedeva una specie di performance comportamentale la quale non poteva essere appannaggio di tutti (chiaramente il riferimento era diretto ai soli maschi).

Trascorsi quei centosessanta minuti  (venti per otto), intorno alle tre del mattino, ci si sarebbe nuovamente messi sulla via del ritorno, posto che le rimanenti vetture abbandonate sul ciglio della strada fossero in grado di riprendere la marcia.

Fortunatamente, l’abbondante nevicata, nel corso della nottata, era andata trasformandosi in pioggia: il che ci facilitò la manovra di inversione dei veicoli, consentendoci il rientro a Saronno, dopo circa un’ora e mezza di viaggio.

Intorno alle cinque, ognuno di noi poteva considerarsi rincasato e pronto ad abbandonarsi ad un sonno pesante e profondo fino all’ora di cena.

 

 

CRONACHE DI POVERI AMANTI

 

 

All’interno del gruppo di noi giovani esuberanti ed assidui ricercatori degli agi e dei piaceri che quegli indimenticabili ma incoscienti anni, potevano offrire, vigeva una tacita ed implicita consuetudine, secondo la quale, dopo una nottata colma di imprevisti e di piacevoli accadimenti, i maschietti coinvolti dovevano raccontarsi a vicenda gli aspetti più piccanti e licenziosi, aventi lo scopo di illustrare, “coram populo”, i comportamenti e le reazioni delle rispettive compagne con le quali era intercorso qualche attimo di intimità.

La qualcosa aveva come fine di consentire una valutazione complessiva di ogni fanciulla per migliorare lo “stile di conduzione”, in caso di ulteriori futuri approcci.

Ne scaturì una specie di impegnativa tavola rotonda di impronta decameronesca da cui, per esempio, emergeva come Grazia, compagna di giochi di Gigi, nonostante la sua già citata avvenenza, fosse piuttosto freddina e priva di desiderio durante le schermaglie amorose: come dire che non sempre l’abito fa il monaco.

Oppure si scopriva, tramite le assicurazioni di Massimo, che Gabriella, piuttosto insignificante dal punto di vista fisico, fosse, di contro, dotata di un caldo temperamento da cui trasparivano ardore ed impeto nel momento cruciale dell’amplesso.

O ancora, secondo la testimonianza di Ottaviano, veniva alla luce che Conny lasciava fare liberamente fino al limitare dello sterno, impegnandosi strenuamente a bloccare ogni tentativo di espatrio o superamento di quella speciale linea Maginot.

Io stesso dovevo rassegnarmi a rendere nota l’esperienza vissuta con Carla, nell’arco di quei famosi venti minuti di mia pertinenza, senza poter astenermi dal precisare come lei fosse più propensa a raggiungere uno stato di eccitamento quasi parossistico solo ed esclusivamente con la tecnica del “fai da te”, con conseguente naturale imbarazzo da parte mia, nel vedermi assolutamente non contributorio durante quella particolare fase.

Per non parlare della quasi incredibile narrazione di Pierangelo avente come oggetto il comportamento messo in atto da Marinella, che era risoluta ad offrirsi ad un’unica condizione: provare sulla neve le sensazioni amorose, con gran disappunto dello stesso Pierangelo, incapace di concentrarsi, dopo essersi sdraiato sul candido manto, per l’evidente e conseguente congelamento degli arti superiori, inferiori e “centrali”.

Emblematiche storie, queste, di una generazione nata con le ali, che non è mai diventata aquila, ma alla quale sarebbe spiaciuto morire alla stregua di gallina infreddolita.

De Andrè cantava La canzone di Marinella, mentre Bandiera gialla otteneva uno strepitoso successo, con la diffusione fra noi giovani dei blue jeans, simbolo di trasgressione. Del resto, andavano forte anche i pantaloni a zampa d’elefante e i mini pull, anche se la loro sarà un’effimera moda.

Anni ’60 con quel suono dolce, irripetibile dei vent’anni. Quegli anni passati con la nostra giovinezza ci resteranno dentro come una festa finita all’alba, con il tempo che passò troppo veloce.

Per noi, interpreti principali, essi costituivano la belle epoque della modernità: sesso, politica e Rolling Stones.

Come se fosse scattata una molla, succedeva di tutto e noi eravamo raggianti e ruggenti, ambigui e contradditori, inquieti e provocatori. Quasi come a dire che la nostra non più rivivibile generazione voleva tutto e subito: tutta la vita in un giorno. Un’esistenza esauritasi nel “espace d’un matin”, con sempre sullo sfondo la colonna sonora delle più belle canzoni del mondo.

Amiamo ancora oggi quegli anni, non perché siano stati formidabili, ma perché continuano a portare in dote la nostra giovinezza ad onta dell’incrudelire dei “labuntur anni”. Facendo massa attorno ai juke box, ballando il twist e lo shake, si adoravano i poster di Caterine Spaak con la frangia e gli occhi assassini.

Ognuno di noi faceva carte false pur di uscire con le “più carine”, baciandole con goffo ardore, perché a scuola certe cose non ce le avevano insegnate: di quante ragazze speciali ci siamo innamorati di un amore eterno destinato a durare fino al prossimo, che era regolarmente dietro l’angolo.

Quanti sono stati protagonisti di quell’epoca adorata non dovrebbero mai invecchiare, perché la vecchiaia è l’impietosa messa a nudo della natura umana e perché, da giovani, la si considerava un evento assolutamente non applicabile a noi, che ci consideravamo padroni del mondo ed incessanti scopritori della piccola felicità del superfluo.

Parimenti, accomunate a noi in questo illusorio nirvana, le ragazze si facevano più aggressive nell’abbigliamento, ballando come scatenate Saint Tropez, il twist di Peppino di Capri ed indossando provocanti giubbini e pantaloncini corti che lasciavano già un tantino scoperta una mini porzione di pancia, inconsapevoli di avere anticipato una forma di moda che sarebbe stata propinata del tutto innovativa ben cinquant’anni dopo. Intanto, la tromba di Nini Rosso ci entusiasmava con le note del Silenzio, mentre Jimmy Fontana con Il mondo favoriva estenuanti limonate consumate sul ridotto spazio di una mattonella.

 

UNA GRATA E UNA STECCA

 

 

I giovani degli anni ’60 erano un misto di innocenza infantile, di brame ostinate e tormentose, di appetiti sessuali incontrollati e quasi da esaurimento nervoso, un ribollire di sessualità in dosi, per fortuna, ben controllate dai genitori, i quali faticavano a stare al passo con quei figli protagonisti della prima generazione che non doveva lottare per la sopravvivenza e che, perciò, si rivolgeva ad obiettivi di adempimento personale o di convivenza senza preoccupazione con gli altri coetanei.

La sala, per così dire, sotterranea del Cadorna, oltre che ad offrire a noi giovani l’attrattiva del biliardo, delle boccette e dei giuochi con le carte, costituiva un forte richiamo di carattere leggermente morboso a chi si compiaceva nello spiare, non visto, l’intimità altrui.

Infatti, una porzione d’angolo del soffitto era formata da una grata che dava sul marciapiede su cui il passaggio dei pendolari diretti o provenienti dalla stazione era molto intenso e frequente a tutte le ore del giorno.

Tale struttura di elemento metallico assicurava la chiusura di quel punto della sala senza impedire il passaggio dell’aria e della luce.

Attraverso i pertugi di quell’inferriata risultavano ben visibili gli arti inferiori dei passanti e delle passanti. è noto come, in quegli anni, l’uso dei pantaloni da parte delle donne non fosse diffuso come al giorno d’oggi, essendo la gonna o, per le più giovani, la minigonna, l’indumento più comunemente utilizzato.

In tal modo, quella grata del Cadorna era diventata una specie di sala cinematografica affollatissima, nelle ore di punta del pomeriggio, da molti di noi che, col naso all’insù, potevamo scarrozzare con lo sguardo fino ad individuare il colore delle mutandine di quante fanciulle, ignare d’essere poste sotto stretta osservazione, dovevano transitare da quel tratto di marciapiede.

Alcuni di noi, dotati più degli altri di formidabile colpo d’occhio, arrivavano al punto di identificare le generalità della passante grazie alla conformazione più o meno allettante dell’arto inferiore compreso tra il ginocchio e la coscia.

L’approssimarsi della sera e della conseguente oscurità poneva momentaneamente termine a quella che poteva considerarsi una delle prime proiezioni a “luci rosse”.

Oltre quegli spezzoni di film vietati ai minori di sedici anni, il salone sottostante il Cadorna offriva degli appassionanti e frequentissimi tornei di biliardo a cui partecipavano giocatori di tutte le età dotati di grande abilità con la stecca.

Tra questi, primeggiava un certo Renè di cui tutti noi conoscevamo solo codesto soprannome.

Renè, di professione era sarto per uomo, attività che svolgeva in un bugigattolo posto in un quartiere popolare in periferia di Saronno. Lì aveva una piccola camera da letto con annesso cucinino e servizi ed un locale adibito a laboratorio, dove approntava pantaloni, camicie e giacche ad una ristretta clientela da lui selezionata che gli consentiva un modesto tenore di vita. Sapeva destreggiarsi con la macchina da cucire con incredibile perizia, tale da superare molte donne sarte che attendevano a lavori di taglio e di cucito per la confezione di abiti.

Ma la sua grande passione era il teatro, che asseriva di aver fatto per diverso tempo qualche anno prima in una compagnia della famiglia Rampoldi - Rame, la quale girava nei teatrini della provincia di Varese e Como, rivestendo il ruolo femminile di Madame Pompadour.

Renè, frequentando il Cadorna, era entrato nelle simpatie di molti di noi per la sua spassosa disinvoltura nell’assumere atteggiamenti e moine femminili, grazie alle quali sapeva creare un’atmosfera di festosa ilarità, senza celare in alcun modo la sua dichiarata omosessualità che, strano a dirsi, non ci dava assolutamente fastidio.

A tutto ciò si aggiungeva un certo livello culturale che gli permetteva di discutere con noi di ogni argomento, arricchendolo con i suoi moti di spirito non disgiunti da un’innata vis comica.

Dalla clientela più avanti di età del Cadorna non era tanto ben visto, proprio per l’etichetta che si portava dietro di pederasta incallito, la quale suscitava tanta disapprovazione da parte di molti che arricciavano il naso di fronte alle pose così dichiaratamente provocatorie di Renè.

Siciliano di nascita, ma da molti anni residente nel nostro borgo, Renè, pur non essendo molto alto, esibiva un fisico piuttosto asciutto che si completava con un viso espressivo, in cui gli occhi, agitati con moto circolare, la facevano da padroni. Sua caratteristica inconfondibile era l’uso frequente di un intercalare pronunciato per rafforzare certe sue affermazioni:

“Siete tenuti ad ascoltare e non a credermi!”

E noi che, per partito preso, eravamo sempre in una posizione di controcorrente rispetto a certi modi di pensare da parte di alcune persone più anziane del Cadorna, non condividevamo tali forme di bacchettoneria quasi elevata a sistema di vita.

Cosicché giudicavamo Renè come una persona del tutto normale, astenendoci dall’entrare nel merito delle sue atipiche tendenze, in quanto ritenevamo che esse facessero esclusivamente parte della sua sfera privata di vita.

Per di più, era uno spettacolo guardarlo giocare a biliardo, dove manifestava la sua più elegante perizia e rara maestria al punto che, anche Ottavio e Massimo, tra i più bravi di noi in quella disciplina, finivano sempre soccombenti, nel corso delle gare e tornei che, di volta in volta, venivano organizzati.

Renè maneggiava la stecca con delicatissima eleganza, mimando e ripetendo sempre la sua consueta formula che ci faceva sbellicare dalle risa:

“Vedete ragazzi, la stecca va come lisciata, passandovi sopra ripetutamente le mani, va vezzeggiata insistentemente avanti e indietro, avanti e indietro, ma con quella morbidezza doverosa come se si dovesse procurarle una specie di piacevole orgasmo e poi la sua punta avvolta dal gesso celeste deve sentirsi oggetto di un manifesto contatto labiale”.

Una sera, capitò che Renè si trovasse ad affrontare il Forloni.

Costui era un rozzo industrialotto del luogo arricchitosi con la produzione e la vendita di scatole di latta a produttori di dolciumi, biscotti e caramelle. Si vociferava che, prima del ’45, fosse stato un esponente di spicco del fascio saronnese, per farsi poi notare con il fazzoletto rosso al collo, subito dopo il crollo del regime.

Era notoria l’avversione, l’ostilità incoercibile e la ripugnanza che provava per Renè, perché lo considerava un diverso ed un sottoprodotto della specie umana, esternando apertamente in pubblico tali sue convinzioni.

Con una certa ostentata presunzione più volte aveva affermato di considerarsi il più bravo giocatore di biliardo esistente, non solo al Cadorna, ma anche nel saronnese.

Come sogliono fare i villani rifatti, gettava sul panno verde una cospicua mazzetta di mille lire, guatandosi intorno se mai ci fosse qualcuno disposto a mettere sul tavolo un’analoga somma per disputarsela in una partita secca al cinquantuno.

Renè si fece avanti, tra la meraviglia di tutti noi, ponendo in una buca del biliardo tutto il denaro che aveva e che, forse, avrebbe dovuto utilizzare per pagare il trimestre di pigione di quel suo laboratorio.

Senza darlo a vedere, Massimo, Ottavio, io e tutti gli altri facevamo un intimo tifo per Renè.

I due cominciarono a giocare molto cavallerescamente, mentre, in disparte, con rispettosa curiosità, stavamo in grande ammirazione di Renè che riusciva a far carambolare le biglie, determinando abbondanti bevute di punti da parte del Forloni.

Se si tien conto che il Forloni, ad inizio partita, aveva dichiarato che giocatori come Renè se ne potevano bere un paio al giorno come uova fresche, è comprensibile la stizza e la viva irritazione da lui provata, avendo ignominiosamente perso cinquantuno a trentotto.

Gettò con violenza la stecca sul biliardo, buttando quasi addosso a Renè la mazzetta delle mille lire.

E qui Renè superò se stesso, raggiungendo il più altro grado di sublimità, con lo stringere la mano al Forloni come si usa al momento delle presentazioni: “Piacere e grazie, signor Forloni, lei è stato sconfitto da Madame Pompadour!”

Dopo aver gratificato di parecchi insulti Renè, con termini indecorosi per un industrialotto ancorché arricchito ed accennando a parti del corpo umano poco nominabili, il Forloni se ne andò fumante di rabbia.

Mentre saliva la scala, sentimmo che, a voce alta, diceva a papà Aldo: “Tipi di questo genere non ne dovete far entrare al Cadorna. Questo è un posto per veri signori e non per lavativi e facce di palta come quello che giocava con me!”

Nel salone, esplose una generale risata liberatoria da parte di tutti noi e Renè mise a disposizione la somma vinta per offrirci toast, panini e birra, nel mezzo del tripudio generale che accompagnava la sua trionfale uscita dal Cadorna, durante la quale, per non smentirsi, si accomiatò da noi, pronunciando una delle sue frasi di rito: “Buona sega a tutti!”

Fummo universalmente concordi nel considerare quella straordinaria serata come una singolare lezione di vita, perché poco bastava a farci sentire tutti egualmente entusiasti nel pianeta illusorio degli anni ’60.