8 ICEBERG
Quella zoccola fece più di un quarto d’ora di ritardo. Ma l’attesa
fu ben ripagata: Patricia si era fatta davvero carina. Indossava un bel
vestitino, che non sembrava neanche una polacca. Le ricordai del piccolo debito
che aveva contratto con me. “Ah, già. Quella mezza pinta di birra”.
Le proposi di convertire quella pendenza in derrate alimentari.
Implicitamente l’avevo invitata, insomma, per una cenettina
intima a casa mia.
Giù al discount ripetei la stessa operazione compiuta qualche ora
prima con la portoghese. Spaghetti, formaggio grattugiato e pomodori pelati.
Non c’era da sbagliare. Patricia, poi, volle fare le cose in grande e, nel
nostro carrello della spesa, infilò pure una bottiglia di vino. Non doveva
essere particolarmente pregiato, visto il prezzo, ma almeno potevamo fare un
brindisi con qualcosa che non fosse acqua di rubinetto.
Lei mi osservava mentre cucinavo. Per la prima volta in vita sua,
avrebbe assaggiato degli spaghetti preparati da un italiano. Un attimo di
pazienza, piccola. Otto minuti di cottura e il dado è tratto. Ma io già
pensavo al dopocena. Qualcosa di veramente grande si dimenava tra le mie gambe.
Tranquillo, ragazzo. Abbi un po’ di pazienza anche tu.
Non ce la feci a resistere. La trascinai fino alla stanza di Bobo e la scaraventai sul letto. Quel bischeraccio che
avevo tra le cosce diventava sempre più grosso, che gli slip non gliela facevano
più a trattenerlo. Mi dovetti sbraghettare. Mi
masturbava con due mani, come se stesse forgiando al tornio un cazzo di terracotta, e osservava in maniera disinibita quei
diciotto centimetri di carne.
Per l’occasione indossava una gonna e le mie mani finirono là
sotto. Patricia era già tutta bagnata. Cazzo,
amore mio. Questa volta non ci ferma nessuno. La sua fichetta
era fantastica, col vello morbido e profumato. Sembrava una piccola aiuola a
forma di triangolo. Era ormai da un bel pezzo che mi ero fissato con le mone
ben curate. Da quel dì in cui una procace estetista di Is
Mirrionis mi palesò la sua sorcinaccia. Quella vulva era
una foresta amazzonica, con tanto di Rio delle Amazzoni, piranha e caimani.
Tutti quei pelacci le uscivano fuori dalle mutande.
Sembrava che dentro gli slip ci fosse nascosto Branduardi.
Cogli la prima mela, ah.
Niente, in quel momento, ci avrebbe potuto fermare. O quasi.
Non avevo fatto i conti con quel cazzo di
coperchio che saltellava sulla pentola. L’acqua bolliva. Mi fece cenno di
andare. “Later, later”
sembravano dirmi i suoi occhi.
Lei rimase lì sul letto, io invece mi precipitai in cucina. Mi guardai
bene dall’aprire le nuove confezioni di alimentari. Attinsi ancora dai prodotti
acquistati dalla portoghese, mettendo da parte le derrate polacche. Mi feci due
conti: per altri tre o quattro giorni ci sarebbe stato da mangiare a
sufficienza.
Gli spaghetti uscirono discretamente. Mi meritai i complimenti di
Patricia.
Ma c’erano tutti quei piatti da lavare e gli chef, cara mia, non
puliscono. Qualche istante dopo, già la osservavo davanti alla vaschetta
del lavabo.
“Hai portato lo spazzolino da denti?” le chiesi io. Il giorno prima
glielo avevo infatti raccomandato. Patricia non mi deluse e tirò fuori dalla
borsetta il suo piccolo Elmex. Ci avviammo verso il
cesso e, chinati sul lavandino, ci lavammo congiuntamente i denti.
Ma proprio lì nel bagno, scoprimmo qualcosa di disgustoso. Patricia
ebbe un sobbalzo quando vide dentro il water uno stronzo di dimensioni enormi.
Sembrava quasi un iceberg: per metà sommerso e con la parte superiore che
invece fuoriusciva maestosamente dalle acque, adagiata sulla parete del cesso.
Il misfatto doveva essere stato compiuto tra le quattro e mezza,
quando lasciai Mitcham Road, e le sette e un quarto,
ora del nostro arrivo a casa. Chi il colpevole? Forse Bobo,
visto anche il panino che si era fatto dal turco la sera prima? Meno probabile
Cesarino che, solitamente, a quell’ora lavorava. O forse il fantasma di qualche
cagone che aveva in precedenza abitato il nostro
stabile. Scartai subito quest’ultima ipotesi, visto
che, di ectoplasmatico, quello stronzo, non ci aveva
proprio niente.
Tirai lo sciacquone, ma… nada. Proprio
non ne voleva sapere di andarsene affanculo.
Ad un tratto Patricia mi allungò una scopa, da cui svitò il bastone
di legno. Con quel manico avrei dovuto provare a frantumarlo per poi tirare
l’acqua e mandarlo a morire negli abissi delle fogne londinesi. Cercava di
spiegarmi il da farsi col suo inglese scolastico. Tutto ciò rendeva ancora più
ridicola la situazione.
No, non ce la facevo proprio a prodigarmi in quell’operazione.
“Lasciamo perdere - le dissi - Proviamo a dimenticare questa brutta storia”.
Ci trasferimmo in camera da me. Portai su lo stereo, la bottiglia
di vino scadente e due calici di vetro. Girai un cannone. Le avevo creato un
ambientino accogliente, coi Modena a farci da sottofondo musicale. Una volta
distesi sul letto, le passai lo spinello e ricominciammo a baciarci. Quanto era
gradevole l’aroma del Colgate nella sua boccuccia. Scommetto
che adesso mi fai un bel pompino alla menta.
Ero di nuovo eccitato, nonostante mi fossi svuotato le palle qualche
ora prima. La baciavo davvero con tanta passione. Patricia mi piaceva. Mi ero
innamorato di lei.
Macché, subito dopo averlo fatto, era la stessa vecchia storia. Mi
fumai la mia sigaretta e già pensavo a come liquidarla.
Il potere del testosterone. Il sentimento verso di lei era svanito
insieme ai miei umori.
Ma quella si attaccò come una cozza. Reclamava qualche carezza che,
tutto sommato, si meritava. Ma il tempo stringeva. Di lì a poco, sarebbero
potuti rincasare Bobo e Cesarino. Sinceramente non so
come avrebbero potuto prenderla.
L’accompagnai alla stazione e la metro se la portò via. Eravamo
rimasti d’accordo che, lavoro permettendo, mi sarei fatto vedere io al suo
ostello di Hendon Central.
Già, il lavoro. L’indomani avrei dovuto cominciare. Sarebbe stata
una vita di merda anche per me?
Era stata una grande giornata. Camminavo fiero, a testa alta, col
vento che mi accarezzava il viso (i capelli, ahimè, non lo posso dire). La
giornata era andata oltre le mie più rosee previsioni.
Tornai a casa. Bobo era già rientrato. Se
ne stava lì, accucciato sul suo letto che, con una birra in mano, guardava stancamente
la TV.
“Bobo, ce l’ho fatta. Ho trovato un
lavoro” gli dissi io.
“Evviva. Qui bisogna festeggiare - esclamò esultante il cugino - Ho
una sorpresa per te”.
Si alzò dal letto. Saltò fuori dalle coperte che era completamente
nudo. Coi coglioni penzolanti s’inchinò verso il comodino
e aprì il cassetto. Estrasse ciò che riteneva essere il suo grande segreto.
Teneva in mano un pezzetto di fumo e il sacchettino
con la maria.
Mi dovetti fingere sorpreso. Mmm,
bene così. Sembra non si sia accorto del maltolto.
Con l’ennesimo cannone fra le dita cominciai a dargli qualche
dettaglio del mio lavoro. “è un
fast food nella zona di Leicester Square. Sei ore quotidiane
e due giorni liberi alla settimana”.
“E lo butti via? - mi disse lui - Hai fatto un affarone”.
Sembrava quasi mi stesse prendendo per il culo.
Aveva preparato un maxicannone. Mi stava lentamente salendo, piano piano le mie inibizioni venivano meno e c’era qualcosa da
chiarire.
“Bobo, sei per caso tornato a casa questo
pomeriggio?”
“No, perché?”
“Vieni in bagno. Ti faccio vedere una cosettina”.
Gli indicai la tazza del cesso e lui, così, col cannone fra le
labbra, constatò la situazione. Cominciammo a ridere come due scemi, sia per
l’effetto del fumo, ma anche perché entrambi ci chiedevamo come un piccolo
essere di un metro e mezzo avesse potuto partorire un abominio del genere.
Preso da uno slancio di generosità, visto il clima di grande
euforia, tolsi dal frigo la mezza bottiglia di vino che rimaneva e la portai in
bagno. Bobo era ancora lì che rideva. Ci mettemmo un
po’ a bere, le risate continuavano e, ad un certo punto, fece il suo ingresso
trionfale Cesarino. Ci vide così come eravamo, seduti sul bordo della vasca da
bagno: Bobo, tutto nudo, che beveva
avidamente dalla bottiglia ed io, col volto paonazzo dalle risa, ancora col megajoint in mano.
La sua comparsa moltiplicò le nostre risate e finalmente, dopo
qualche istante, Cesarino capì il motivo della nostra ilarità.
“Non sono riuscito a farlo scendere” si giustificò con aria
imbarazzata. Ma alla fine scoppiò anche lui in una fragorosa risata.
Bravo Cesarino. L’autoironia va sempre
premiata. Si guadagnò così
qualche tirata di fumo.
Raccontai ai miei due coinquilini della portoghese, della polacca e
della faccia che quest’ultima aveva fatto alla vista
di quello stronzo megalitico.
Rimanemmo lì nel cesso a cazzeggiare
ancora per qualche istante. Poi Bobo disse che poteva
bastare così. “Su, bimbi. Si va a nanna che domani si lavora. Sì, Cesarino, hai
capito bene. Anche Fabrizio ha trovato lavoro”.
Mi misi a letto, la testa mi girava. No, cazzo.
A pancia in giù non ce la faccio, mi viene da vomitare. Ecco, così va meglio.
Da domani farò parte anch’io dell’esercito degli sfigati. Alle otto e mezza, la
sveglia suonerà. A quell’ora, Cesarino sarà già uscito di casa. Con Bobo, invece, abbiamo gli stessi orari e come due
straccioni andremo insieme a prendere il bus, poi la metro. Quel figlio di
puttana di Leicester Square mi sfrutterà. Mi farà
sgrassare il forno, pulire per terra. Proprio come un pezzente qualunque.
Ketchup o maionese, dovrò chiedere alla gente. Magari mi risponderanno che li
vogliono tutti e due. E mi raccomando, ragazzo, gli hamburger incartati.
Mi stava venendo la depressione. Quella notte non dormii. E neanche
sognai. Ma fu comunque un incubo.
32 MINZIONE NOTTURNA
Quel giorno non misi il becco fuori di casa. Me ne rimasi tutto il
tempo a cazzeggiare in quel di Mitcham
Road, leggendo, ascoltando della musica e guardando un po’ di TV. Verso le undici
provai a buttarmi a letto, ma di dormire non avevo proprio voglia. Il sonno
deve essere il giusto premio per un guerriero, mica per uno che non ha
combinato niente tutto il giorno.
E così aspettai Bobo che, verso la mezza,
rincasò. Avevo voglia di farmi una chiacchierata. Per fortuna poi, lui tirò fuori
anche qualche birra.
Quando ci demmo la buonanotte, sei lattine da mezzo litro rimasero
vuote sul tavolo di cucina.
Un po’ brillo, riuscii a prender sonno. Ma non avevo fatto i conti
con la mia vescica che, non so proprio che ore fossero, mi svegliò.
Raggiunsi il bagno, accesi la luce e mi accorsi che intorno alla
tazza c’era un lago di piscio. Qualcuno non aveva centrato il bersaglio ed io,
coi miei piedi nudi, non osai avventurarmi in quella risaia.
Uscii fuori di casa e, raggiunto il bordo delle scale in ferro, tirai
fuori l’uccello e lo puntai verso il giardino. Mi liberai di quel litro e mezzo
di birra.
Al mattino fui svegliato da un urlo. Era Bobo,
una furia.
“Chi ha pisciato sulle mie lenzuola stese qui in giardino?”
Mi feci due conti e mi ricordai della mia minzione al chiaro di
luna. Bobo continuò a sbraitare ancora per qualche
minuto. Ma erano le nove e mezza passate. Avrebbe rischiato di far tardi a lavoro.
38 PUTTANE TEDESCHE I
Scarponi, bermuda stile coloniale, berrettino, occhiali da sole e
uno zaino Eastpack in spalla. La tipica tedesca in
giro per il mondo. Si chiamava Birgit. Era arrivata a
Londra da due giorni e la rimorchiai nei pressi di Oxford Street.
Che dire? Dopo una birra con lei, non avevo praticamente dubbi
circa la buona riuscita dell’operazione. Appena usciti dal locale, ero già sul
punto di proporle una capatina a Mitcham Road. Ma
quando tutto fila troppo liscio, bisogna sempre diffidare.
Saltò fuori un certo Peter. Sì, il suo
fidanzato che già la stava aspettando nel cuore della Foresta Nera, a Friburgo
o dintorni. Diceva di essere assolutamente innamorata del suo boyfriend ma,
allo stesso tempo, sosteneva che non ci fosse niente di male nel passeggiare e
nell’offrire una birra a uno sconosciuto.
Dovetti rivedere i miei programmi. Un invito a casa l’avrebbe forse
messa in allarme. E così, un passo dopo l’altro, la condussi ad Hyde Park, via Marble Arch.
“Ma dove mi porti?” mi chiese lei, alludendo all’atmosfera troppo
intima e romantica che si respirava nel parco. Consultò la sua guida turistica.
“Caspita - mi disse - siamo a Marble Arch. Qui venivano eseguite le condanne capitali”.
“Non ti preoccupare. Vorrei solo fumarmi una cannetta lontano da
occhi indiscreti”.
Lei non era dedita al consumo di hashish e marijuana e anch’io non
è che avessi tutta questa voglia di un cannone. Era solo un pretesto per
portare la mia Birgit in un posticino tranquillo.
Le misi una mano sulla spalla per poi farla scivolare lungo la
schiena. Lei rimaneva immobile, come incerta se lasciarsi trascinare dalla
passione e dalla sorpresa di quell’incontro o irrigidirsi, urlare e frustrare
le mie avance in nome di Peter.
Divaricai le gambe e mi sedetti dietro di lei, col suo culone a portata di nerchia. Le
mie mani finirono sotto la sua maglietta. La pelle era liscissima
e quelle carni, bianche come l’avorio, illuminarono la notte di Hyde Park.
Indugiai qualche istante sui fianchi, poi sul costato ed infine lì,
sui grossi seni. Il suo corpo era come
un campo di battaglia: bisognava conquistare centimetro dopo centimetro. Il mio
esercito sfondò fino alla trincea, la dolce fichetta.
“I have a
boyfriend, I have a boyfriend” mi sussurrava.
Cercò poi di sottrarsi alla mia morsa. Ormai è troppo tardi,
piccola. Sei mia. Urla pure, se vuoi. Non ti sentirebbe nessuno. La mia forza
fisica prevarrebbe sulla tua, mignottella da quattro
soldi, e, volente o nolente, ti sarei già dentro.
Cazzo, Nicoletti. Ma questo è uno
stupro bello e buono. No, non temete, miei appassionatissimi. Non l’avrei mai
fatto. E poi, neanche fosse stata la prima a dirmi di no.
Come se in tutta la mia carriera non avessi accumulato una discreta esperienza
anche in materia di vagonate di merda.
“No”, “Stop”,
“Please”… Ma era come se mi
stesse dicendo: “Fuck me, fuck
me… please”. Beh, se me lo chiedi proprio per
favore…
Intanto, continuavo a sgrillettarla col dito medio, quello destro
per la precisione. Sì, è bagnata, è allagata. Sembrava davvero sul punto
di venire da un momento all’altro. Cazzo,
con un dito. Me la sto scopando con un dito.
Le baciavo il collo e lei non capiva più niente. Oramai era partita
per la tangente. Ma ogni volta che provavo a sfiorarle le labbra, si voltava
dall’altra parte. Ci riprovo e ancora niente. Non c’è cazzo
che tenga.
“Perché, perché non mi vuoi baciare?”
“Scusami, non posso. Ho un ragazzo” mi disse ansimante, proprio
quando mi aprì i pantaloni e se lo infilò in bocca. Peter,
sei proprio un ragazzo fortunato.
Credevo di essere vittima di qualche candid
camera. Mi stava facendo una pompa, ma non mi voleva baciare.
Birgit aveva perso il lume della ragione: con una mano mi
masturbava, con l’altra si tastava i seni, prima uno e poi l’altro. Nonostante
ciò, ogni mio attentato alle sue labbra andò a vuoto.
Forse quella troia mi stava masturbando per farmi venire in fretta
e porre fine a quella storia. Ma io stoicamente resistevo e pensavo che con un
po’ di pazienza me la sarei pure potuta fottere.
Toglierle i bermuda e scostarle poi gli slip non fu un’impresa. Mi
levai anch’io i pantaloni e presi dallo zainetto un profilattico. Penetrarla fu
bellissimo. Anche lei sembrava gradire.
Venne.
Uscimmo dal parco che qualche lacrima di coccodrillo rigava il suo
bel visino. Ci avviammo verso la metro e le feci compagnia fin quando il vagone
se la portò via.