shambala
shambala
Gli antichi la cercarono a lungo,
credendola esistente solo nei luoghi perduti,
laddove all’anima è dato di viaggiare
oltre il tempo e lo spazio,
oltre la vita e la morte,
priva d’ogni legame terreno.
Gli antichi la cercarono a lungo
senza, tuttavia, mai trovare una via certa
che conducesse a quel luogo di pace e discordia
dove tutto è ciò che è,
sebbene sia ciò che non è.
Gli antichi la cercarono a lungo,
e quando non la trovarono persero ogni speranza,
credendo fosse solo un’effimera manifestazione
di quell’animo umano che tanto
cerca la perfezione.
Gli antichi la cercarono a lungo,
e ora che io ce l’ho dinanzi, comprendo,
giacché mi è possibile farlo
senza che tuttavia sia tale.
Ora, i miei occhi sono in grado di vedere
la vita che tale non è,
poiché è parte di quella nefanda sorella
cui molti danno il nome di morte.
In questo luogo di perfetta armonia e discordia,
dove tutto ciò che è in verità è ciò che non
è.
Ma essendo tale è al tempo stesso ciò che non è mai stato,
divenendo dunque ciò che sarà.
Essa è l’aperion di Anassimandro,
è l’archè dei filosofi di Mileto,
essa è tutto e niente.
Una primordiale sostanza concepita da mente divina,
alla cui presenza ogni cosa è perduta,
giacché perde d’importanza.
Essa è la mitica Shambala,
cui molti cercarono una via per giungervi
e al cui cospetto ora mi trovo.
Continuo a cantare, con la forza della mia anima,
un canto irto della ricerca d’uno scopo,
capace di condurmi laddove io desidero andare
in quel luogo, dove dimorano le mie ambizioni,
perdute e ritrovare eppur desiderose d’esser
ancora create.
Continuo a suonare la mia melodia,
lasciando risuonare l’essenza di me
ch’è intrinseca in ogni nota
di questo intricato spartito,
dove ogni cosa è compiuta ed incompiuta.
Continuo ad urlare con armonica risonanza
la voglia di percepire me stesso,
di comprendere qualcosa
che mi sembra vicina eppur lontana
e che inevitabilmente, sempre mi sfugge.
Sono queste, le voci della mia storia,
che giungono in eterna successione
mentre le mie mani si poggiano delicate
sulla corda di quella chitarra
che non so suonare.
Sono queste, le voci della mia storia,
che s’inerpicano nell’aere sovrano
mentre le mie mani si poggiano delicate
sui tasti di quel pianoforte
che so mediocremente suonare.
Sono queste, le voci della mia storia,
che insieme alla mia si sovrappongono,
narrando un passato a volte dimenticato
ed un presente che vivo con avidità
mentre ancora, il futuro, vien
solo lontanamente
declamato e ricercato.
Poesia è mettere a nudo la propria anima,
mostrando interamente ciò che in essa riposa,
e lasciare che le spire del pensiero
prendano la forma di dolci ed aspre parole.
Poesia è ascoltare il proprio cuore
e descriverne le sensazioni più profonde,
e non importa se esse siano tristi o allegre
perché sono parte di te.
Poesia è scoprire ciò che si ha dentro
e lasciare che sia il nostro subconscio a parlare,
facendo sì che le mani si muovano da sole,
vergando queste parole
che tanto chiamiamo arte.
Poesia è essere se stessi
ed essere al tempo stesso gli altri,
poesia è empatia e sentimento
verso se stessi e verso gli altri.
Ho provato a cercare una via
che mi conducesse alla consapevolezza
di ciò che si cela all’interno della mia anima,
affinché mi fosse chiara la via
che conduce alla consapevolezza
di ciò che si riflette nelle mie azioni
anche quando ciò che penso di pensare
in realtà non è nient’altro che il pensiero
di ciò che penso che palesar vorrei.
Ho tentato, a volte, ad osservare laddove tutto giace.
Nelle profondità del subconscio dolente
che tanto spesso ha lottato contro tutto e tutti,
andandomi contro laddove io l’avrei voluto
assecondare,
urlando laddove io avrei voluto urlare,
piangendo laddove io avrei voluto piangere,
senza mai mancare di comprendere ciò che
provavo
e che probabilmente volevo celare
a me stesso e agli altri.
Ho vagato nelle infinite profondità della psiche,
ricercando quella vena di quiete
che mi portasse alla serenità e alla pace,
mostrandomi una visione delle cose
ben lungi dall’essere pessimistica
così come in realtà era stata
ed ancora spesso è
in quei delicati momenti
in cui tutto mi sembra perduto.
Ho vagato a lungo in cerca di qualcosa,
ho vagato a lungo in cerca di te,
tu che sei l’armonia del mio subconscio,
l’armonia della mia anima,
l’armonia del mio essere.
Ho vagato a lungo in cerca di qualcosa,
ed infine ho trovato te:
quel sottile filo
che tiene legate tra loro
le tre entità del mio essere
e le rende unificate in se stesse
eppur ancora in costante lotta.
Ho vagato a lungo in cerca di qualcosa,
ed infine, anche se non tutto è quieto
e il silenzio stesso stenta a palesarsi,
io non posso far a meno di pensare
che ora tutto abbia trovato il suo posto,
in una perfetta ed unica
armonia.