Ritrovarsi sempre nelle stesse situazioni, non è un bene. Finisce che sai sempre come tutto inizia. Certo, il finale può restare a sorpresa, ma l’inizio è già guastato: conosci il campo da gioco, i giocatori, il calcio d’inizio di una partita alla quale partecipi solo per inerzia, perché qualcuno ti ha trascinato dentro o per l’euforia di trovarsi in una situazione in qualche modo festosa che può anche darsi ti rallegri un po’. Bene. Fino a quel momento, cioè un attimo dopo essere scesi tutti da casa mia – dopo l’ultima birra che avevo in frigo, la pipì di Luca e via dicendo – il campo da gioco divenne la macchina di Carlo, quella lucida e pulita anche dopo gli acquazzoni acidi; quella che se prima di salirci hai pestato una cacca di cane, quando poggi il piede sul tappetino in tinta con la tappezzeria, suona l’allarme! È la macchina di un poco più che ventenne il quale, per carattere o perché il grado della sua follia glielo impone, non mostra così tanta cura neanche per le mutande che indossa al mattino: trasforma un pezzo di latta nella fabbrica dell’ambre magique, ma se lo incontri per caso prima delle dieci del mattino, ti sembra di parlare con la concessionaria ambulante di una delle tante discariche abusive made-in-­campania! È il caso umano, purtroppo, così umano da essere vero. Ad ogni modo, così inscatolati, io, Carlo e Luca cominciamo a battezzare la serata col solito giro da sabato sera, alla ricerca di un locale non troppo affollato e neanche conosciuto ai più, magari con libero accesso ai ricercatori di sbronze quali noi eravamo in quel momento e in serate come quella.

 

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Il sabato pomeriggio successivo il sole faceva lo stronzo tra le nuvole: ogni tanto si faceva vedere, ogni tanto sembrava dovesse piovere da un momento all’altro. Era una di quelle giornate in cui non sai che cavolo fare. Non ti va di fare nulla. Né stare a letto né alzarti e andare a lavorare, né fare la pipì in piedi o la doccia, né uscire fuori a fare una passeggiata o andare al mercato a fare finta di comprare un chilo di pomodori che poi non compri mai. Insomma, una giornata inutile. Luca mi aveva mandato la mail della settimana: due bozze di due ipotetici libri di cui suo padre voleva la scheda entro la settimana. Scaricai uno dei due file. Centoventisettepagine di dattiloscritto fitto fitto! Cominciai a leggerlo, qualche pagina qua e là. Era una sorta di fiaba, la storia di un posto inventato da un nome impronunciabile che sembrava uno scioglilingua, in cui viveva una ragazzina che suonava una fisarmonica, sotto i portici con una tartaruga dentro una tasca e... Era una storia noiosissima! Mollai la mail di Luca e le sue bozze per andare a fare due passi.

Mentre camminavo senza meta per i negozi inutili di via dell’Indipendenza, inciampai nel ricordo di quell’amica di Andrea, quella che in macchina era seduta al centro, di quella Marta che per tutto il tragitto fino a casa sua non fece altro che scambiare occhiatine e sorrisi maliziosi con quell’altra sua amica. Mi vennero in mente le parole di Luca, il fatto che forse mi ritrovavo a camminare solo per l’ennesima volta lungo quelle strade, non perché ero l’unico venticinquenne sfigato al mondo a ritrovarsi senza una tipa da sbaciucchiare camminando, ma perché, in fondo, era in qualche modo una mia scelta, forse inconscia, ma lo era. E quasi me ne stavo persuadendo: guardando le ventenni rimaste ragazzine che il sabato pomeriggio facevano provvista di leccalecca e mini-t-shirt rosa abbinate a scarpe col tacco e mini-gonne inesistenti, mi rendevo conto, da solo e senza nessuno sforzo mentale, che l’alternativa a tutto quello che mi si parava di fronte in quella ed in altre occasioni c’era, ed era semplice quanto reale: meglio niente che tutto questo!

 

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Marta, al mattino, aveva stampato sul viso la stessa espressione solare che le si disegnava anche quando finivamo di fare l’amore: un sorriso delicato, mai teso, che trascinava insieme alle proprie microcurve le palpebre che restavano chiuse appena; le ciocche di capelli che le scendevano dalla fronte per restare lì, ribelli, a velare la fronte distesa, a contrastare l’abbandono di ogni parte del corpo che sembrava inerme di fronte alla sensazione pura di un istante solo o di una notte intera. Il suo corpo disegnava docili curve fasciate dalle lenzuola e dalle coperte, seducenti anatomie che avevano l’odore di cose conosciute, sensazioni già provate che contaminavano le lenzuola, le coperte, il cuscino, che diventavano parte di lei, confondendosi con la sua pelle troppo scura tra le bianche lenzuola. Tutto sapeva del suo shampoo, del suo bagnoschiuma, di vaniglia o lavanda, della camomilla della notte prima, del rossetto alla fragola, del sapone per il viso, della crema per le mani, dell’olio detergente per il corpo e del coccolino di cui erano intrisi i suoi vestiti!

Una mattina di quelle, Marta si sveglia presto. Era domenica. Non mi ero accorto che lei era già alzata. Mi svegliò l’inconfondibile odore del caffè che ogni mattina devastava la casa, e non c’era mattino che non nasceva senza quell’odore. Quando mi alzai, in cucina, c’era Marta che versava il caffè. Mi avvicinai, la baciai sul collo, bevemmo il caffè.

«Volevo chiederti una cosa.»

«Dimmi.»

«Posso stare da te?»

«Sì. Oggi non ho da fare. Possiamo stare tutto il giorno insieme»

«No. Non per oggi.»

«Beh, questa settimana, non ho molti impegni di lavoro. Però, lo sai, posso lavorare anche da qui. Così, magari, possiamo stare insieme.»

«Sergio, voglio vivere qui con te.»

«Ah.»

 

Quando conosci una persona, o la incontri per la prima volta, la immagini sempre in un ipotetico futuro che, alla fine, è sempre uguale al tuo presente, alla condizione in cui ti trovi in quel preciso momento, e quando ti si para davanti una situazione che sai già che sconvolgerà questo presente...praticamente entri in panico!

Con Marta avevamo deciso di convivere. O meglio, lo aveva deciso lei, ma visto com’erano andate le cose la notte prima, mi dissi: ‘Perché no? Se tutte le notti saranno come quella passata... soffro di giorno, mi riprendo la notte!’

Ma, in questi casi, le cose non sono mai così facili. Condividere la vita con una persona non vuol dire solo dividere lo stesso letto. C’è il letto, la cucina, il bagno, il dentifricio, le bollette, il caffè, le bollette, le chiavi di casa, le bollette, la televisione, lo stereo, i cd, gli lp da collezione, i cd, le riviste, i cd, la chitarra, i cd, le foto di famiglia, la carta igienica, il sapone liquido, la carta igienica, la lavatrice, la carta igienica, le puzzette sotto le lenzuola, le calze della sera prima lasciate tra i piedi, le scarpe che puzzano buttate in balcone, l’emicrania di fronte ad una soap opera, la nausea davanti ad un tg, la nevrosi davanti al secondo tg, la vogliadispaccarelatelevisione davanti al terzo tg e il cosasimangiaoggiapranzoeacena, che non c’è mai qualcosa che piaccia sia a me che a te e allora si ordina qualcosa o andiamoacenafuori che ci vorrebbe un mutuo solo per quello... e così via. Il problema non sta in ogni singola cosa di queste, ma nell’insieme. Vita di coppia non è uscire insieme ogni sabato sera e scopare per l’euforia la sera stessa, perché, in questi casi, si ha la possibilità di vivere ogni singola cosa di quelle lì, non tutte nel complesso ma una per volta. Convivere vuol dire dividere tutto, cioè condividere ogni cosa dell’altra persona, che sia brutta o bella, disgustosa o soave. Il problema è essere pronti a tutto questo, nel momento giusto. Ma quando quel momento s’impone nel tuo presente...