La donna posò il pennello sul
bordo del basso tavolino, evitando con cura di macchiarlo; la punta intrisa di
colore nero poggiava su un sottile foglio di carta ripiegato in quattro che
fungeva da riparo per il prezioso mobile e allo stesso tempo veniva utilizzato
per liberare dall’eccesso di inchiostro il delicato strumento. Una lacrima
nacque sull’orlo dell’occhio, si dibatté per pochi istanti sulla guancia bianca
come la neve, poi morì piombando sulla spalla ricamata in oro
dell’elegantissimo kimono da cerimonia.
Quale cerimonia potesse alleviare la
tristezza di Kyoko, però, non era affatto chiaro.
Forse la tristezza che le invadeva la mente e le stringeva il cuore in una morsa
era nata con lei e con lei sarebbe spirata nell’ultimo istante della sua esistenza
terrena, o forse aveva la sua dimora tra le mura del palazzo e il kami che la governava le impediva di uscirne fuori per abitare
nel mondo della capitale, dei villaggi e delle campagne, del mare e delle
isolette che costeggiavano le quattro isole maggiori.
Un’istitutrice aveva insegnato alla donna le poche nozioni di
geografia e calligrafia che possedeva: Kyoko non
aveva mai messo piede fuori dalla mura del palazzo
imperiale, e non vi era ragione di ritenere che ciò sarebbe mai accaduto.
Sarebbe morta all’interno della sua dorata prigione, dopo una vita vissuta
senza scopo e senza amore, senza aver mai potuto godere della vista di un
braccio di mare o della cima di un monte. Dalla sua finestra, oscurata da
tenebrose tende di seta pesante, si scorgeva a malapena la sagoma azzurrata del
sacro monte Hei, ma il solo avvicinarsi ad una qualsiasi
feritoia che dava sul cortile interno delle mura era guardato con sospetto dal
marito, dalle altre donne e persino dai servi. Raramente lo sguardo della donna
si posava oltre l’interno cupo delle stanze che occupava, in cui scorreva monotona
e vuota la sua inutile vita.
Il Dogo, quindi, aveva ben
cinque giorni di tempo per esplorare l’interno della cittadella imperiale,
nonché per visitare la città, e li avrebbe impiegati per tentare di conoscere
un po’ meglio i costumi della nobiltà, che non mancavano quasi mai di
sorprenderlo. Accompagnato da Gosan, che si annoiava
almeno quanto il suo padrone, cominciò a passeggiare per le vie frequentate
soltanto da funzionari indaffarati e servi ancor più affaccendati, sbirciando
con la coda dell’occhio dietro le finestre e le porte chiuse da paraventi
variamente dipinti.
L’atmosfera vagamente cupa
accentuava il senso di malinconia che si era insinuato nell’animo dell’uomo fin
quasi dall’inizio del viaggio intrapreso per raggiungere la capitale, e la
stravagante abitudine dei nobili di rimanere alzati fin dopo il tramonto, a
conversare nella fumosa oscurità rischiarata da una lampada posta al centro della
stanza, lo induceva a sbadigliare senza ritegno. Non era naturale, a suo
parere, svegliarsi quando il sole era già alto e coricarsi quando la luna e le
stelle erano distese sull’immenso tatami del cielo notturno.
Il secondo giorno della sua
permanenza a corte, Shimoku vide, per la prima volta,
parte dell’interno di una residenza femminile. Fu Gosan
ad indicargli una bassa finestra priva del consueto paravento deputato a proteggere
la camera dagli sguardi indiscreti dei rari passanti. Si avvicinò con
circospezione, tentando di mascherare la curiosità che gli divorava la mente
con un’andatura rigida e lenta, e gettò un’occhiata fugace alla porzione di
stanza che la luce del sole illuminava. Vide un tatami bordato di seta, la
tenda che avrebbe dovuto coprire la finestra ripiegata in un angolo, e si avvicinò
ancora di più.
La sua meraviglia fu grande
quando incrociò lo sguardo obliquo di due occhi nocciola, truccati con cura,
che si sollevavano verso la volta celeste, come se fossero in cerca di qualcosa.
La donna era seduta sul pavimento, presumibilmente su un cuscino che il Dogo
non poteva scorgere, e teneva in mano un pennello sottile e molto lungo.
Sentendosi piuttosto sciocco ad aver violato l’intimità femminile, che pareva
tanto preziosa agli occhi dei nobili, esibì un mezzo sorriso e chinò il capo in
segno di saluto. La risposta della nobildonna lo sconcertò: credeva che fossero
tutti poco propensi a concedere un minimo di confidenza ad un povero ji-samurai. Fino a quel momento non aveva visto nessuna
donna, nemmeno la moglie di Anesaki, ma sia gli
uomini che i bambini che aveva incontrato non avevano mostrato alcun interesse
per lui o per Gosan, tirando dritto senza salutare,
se li incrociavano per strada. Avrebbe avuto bisogno di molto più coraggio di
quello che possedeva, però, per rivolgere la parola alla donna intenta a
scrivere, pertanto si allontanò senza indugio.