L’UOMO IN BIANCO
(Lettera ad un uomo)
Un corpo che trascina dietro sé quel che gli rimane del
giorno.
Par recitare a soggetto la commedia della vita su di un palco
dorato.
Ma… Lui non recita.
Lui soffre.
Inarcato sotto la catena delle pene, sembra reggere i destini
dell’universo sopra quelle spalle curve, il collo ritorto dalla
contrazione dei nervi in un corpo reso fragile come una lamina di vetro che
l’acido dell’esistenza prova ad intaccare, ma ancora non è
riuscito a corrodere.
Braccia forti lo spingono lentamente, mentre, seduto sul trono a
ruote piroettanti smerciato dal profeta degli anni, va benedicendo, con la mano
che non trema, quelli che n’aspettano il passaggio.
Ali di folla vociante di una domenica delle palme che per Lui
è diventata consuetudine di sofferenza.
è sfinito, l’uomo in bianco, sente i
passi, le frasi sommesse delle genti che gli stanno attorno, di coloro che lo
assistono giorno e notte.
Un decimo piano di un palazzone, regno incontrastato della speranza
che governa la parte in ombra delle esistenze rinchiuse in letti immacolati,
è compagna di gioco, in queste idi di marzo.
Presto sarà dimesso, vanno ripetendo da giorni i suoi
scudieri, davanti a selve di microfoni collocati a guardia della sofferenza,
quasi fosse immune dal decorso post operatorio e non sentisse il fiato mefitico
del male che gli strazia le carni.
C’è una forza che la malattia non riesce a scalfire,
per il momento.
è sprigionata da quegli occhi piccoli,
stretti in una fessura, aperti su ciò che accade attorno al talamo
candido.
Vorrebbero sfogliare altre pagine colorate nello schermo lucido dei
suoi riflettori, raffigurandole sulla tela immacolata del domani.
Chiunque avrebbe cercato rifugio nella pensione eterna del riposo,
sarebbe caduto, rinunciando a lottare, giacché la fatica è
davvero troppa anche per chi il dolore ha cercato di alleviarlo agli altri,
intercedendo verso le stelle.
Sembra che tutte le colpe degli uomini siano ricadute sulla parata
militare del soldato disarmato di un esercito senza più fucili.
Siamo a milioni in polvere nel vento, recita Auschwitz
di Francesco Guccini, e quella gente mormora
le sue angosce alle orecchie di colui che sembra averle assunte senza colpa,
caricandosi sulle spalle il fardello del peccato originale.
Molte volte il genere umano si è macchiato di delitti
ingiustificabili, nella sintassi di un “obbedivo ad un ordine”,
tra la scusa assurda di un “non sono responsabile”,
poiché la colpa e solo di chi perde.
Le fosse comuni d’ogni parte del globo sono piene
d’innocenti, il sangue è scorso a fiumi dai primordi sino ai
nostri giorni, ma i fiumi dell’ira non sono ancor sazi.
Abbiamo veduto uccidere incolpevoli, sin dall’infanzia
dell’animale uomo, legittimando l’obbrobrio con il bisogno di
nutrirsi, passando alla scusa della religione, sino allo “spazio
vitale”, per arrivare alle bugie che, attraversando i confini sottili
delle democrazie, approdano alla realtà che stiamo vivendo.
I venditori del potere hanno fatto passi avanti nel trovare
motivazioni alle guerre, scovando fantasie degne del miglior Signore degli
Anelli.
Il volo stentoreo delle colombe della pace aleggia sopra un mondo
che la pace ha veduto calar di rado, sulle frontiere remote del tempo.
Sembra che l’orcio dell’odio non sia stato chiuso,
né mai lo potrà essere, finché chi lo ha creato ne
terrà lontano il coperchio che può imprigionarne il male.
Ricordo lo stupore, alla nomina del cardinale dal nome
impronunciabile, col giovanile, sorridente volto, che dal balcone di Piazza San
Pietro, affermava, parlando in un italiano strano, “se
sbaglierò, mi correggirete”.
Ventisette anni sono trascorsi dal momento che lo ha consacrato alla
storia, proiettili rossi hanno trapassato lo schermo del corpo, spessi ostacoli
di cemento sono crollati, le forze in campo hanno cambiato bandiera al potere,
senza mutarne le radici dell’inesauribile vergogna.
Non so se nella città natia esistano delle acciaierie ma
quella tempra è forgiata con una lega inossidabile, che par rendere
impossibile l’incunearsi della ruggine tra le cigolanti fessure di un
bastimento che ha solcato tutti gli oceani delle terre emerse.
Ammiro il Tuo coraggio, uomo di Cracovia, l’ostinazione che
muove una volontà incrollabile, il proposito di una fede profonda che
nulla riuscirà a scalfire fino all’ultimo respiro che il Padre ti
ha concesso.
Non sono degno di incorniciare l’esistenza di colui che ha
vergato pietre miliari, fra l’inciso intonacato da quattro fogli di carta
bianca.
Ciononostante, desidero scrivere su quel che provo per un
personaggio che ha saputo davvero cambiare una porzione di mondo.
Vale poco meno di niente il sigillo della personale ammirazione al
valore, piuttosto che al simbolo, rappresentato per milioni d’individui
d’ogni colore, razza e latitudine.
In Lui tanti hanno saputo trovare l’esempio da seguire,
almeno a parole, pur nella diversità delle scorciatoie che spesso ci
portano lontano dal vero, confusi dai troppi sbagli della vita, delle sue
ambigue verità.
Siamo tutti qui, a galleggiare in una botte di vino rancido nella
quale ubriachiamo l’esistenza scritta tra le linee della mano.
Impronte macchiate di sangue, nostro o altrui, tuffate nel calamaio
del “libero arbitrio” che razionalizza la scusante
dell’equivoco.
è inutile cercare un perché agli
errori, dobbiamo imparare da loro, per rimediare al prossimo sbaglio, per
arginare le perdite che ancora ci saranno.
Anche Lui, talvolta, ha sbagliato, cercando risposte senza
ottenerle.
Anche Lui cercava complici che volavano su aquiloni
differenti.
Anche Lui avrà pregato in silenzio, per ottenere una
stazione in più al calvario.
Ho visto l’espressione del volto cambiare, mentre la fitta
della sofferenza attanagliava i nervi scossi dal fremito incontrollato, intanto
che l’occhio impietoso della telecamera insisteva sul primo piano del
dolore perfetto.
Sipari d’angoscia aprono cancelli al male che lo strazia da
anni e che i migliori medici hanno saputo procrastinare sino all’estremo.
è forte, Karol,
un giunco sottile che non vuol saperne di spezzarsi, più caparbio delle
previsioni, delle diagnosi impietose, più di tutti.
Anni fa, prima del Giubileo, lo vidi passare a bordo della vettura
bianca, protetta dal vetro antiproiettile, confuso tra la folla di Piazza San
Pietro.
Là sopra era seduto un Papa già stanco, ma non ancora
esausto.
Un silenzio innaturale gravava sul luogo delimitato dalle possenti
colonne marmoree disposte a semicerchio; nessuno osava parlare, quando
l’auto gli transitava innanzi.
Solo bisbigli rispettosi, preghiere recitate a mezza voce, omissis
di una vita come tante consacrata dalla mano alzata a benedire, confortare e
assolvere chi non avrebbe mai potuto conoscere di persona.
Voglio ringraziarlo di esistere, a nome mio, di mio figlio e di chi
mi ama.
Desidero potergli esprimere l’affetto, permutandolo
dall’indifferenza di chi nega ciò che la sua figura rappresenta.
Gli dico grazie, perché sotto quel vestito intonso
c’è un uomo che conosce il dolore, vivendolo come qualunque altro
o, meglio, sopra di chiunque.
Una preghiera vorrei dedicare alla cornice semichiusa degli occhi
stanchi.
Domandargli, quando la parentesi graffa del dolore che
l’assilla e lo specchio opaco dell’inferno in terra
n’avrà abbandonato il cammino, se potrà intercedere verso
il nostro prossimo nemico.
Se potrà chiedere a Dio di chiudere
il recipiente del male che preme sul nostro futuro.
Forse, quel giorno, il soffio della sua anima riuscirà ad
accendere la candela spenta sui destini del Mondo.
Per sempre.
Męsżczyzna w bieli
(L’UOMO IN
BIANCO)
In quei ventisette
anni
vissuti da uomo in
bianco
troppi pesi
gravano spalle
azzannate dal
tormento.
Ieri non riuscivi
a camminare
oggi non sai neppur
parlare
negli occhi
ridotti alla fessura
vedo orchidee di
sofferenza.
Ti ribelli
supplicando grazia
a braccia fiaccate
dal dolore
benedici
concedendo amore
ad esuli
prigionieri di Caino.
In garanzie di
pace invocata
quanta sabbia
s’è incuneata
fra le finestre
del tempo andato
in bassi raggiri
d’egocentrismo.
Ho guardato occhi
piangere,
lasciarti
sorreggere,
tremare,
soffrire.
nel dubbio di
Amleto
d’essere o
non essere
anche un uomo
vero.
Marzo 2005
LA DIGNITà
“La
dignità degli elementi,
la libertà
della poesia,
è al di
là dei tradimenti,
degli uomini,
è
magia…”
Echeggia in questo modo il ritornello di una canzone, trasmessa
dalle radio in tutta Italia, di un gruppo torinese che sta andando per la
maggiore, nell’estate del 2005.
In quest’anno scosso dalle notizie sul terrorismo, sul terrore
che cercano di incuterci, probabilmente per confondere la gente sui reali
problemi da affrontare nella quotidiana battaglia.
Bombe sui giornali, alla televisione, nelle tribune pseudo -
elettorali che ogni sera propinano, spacciandole per “opinionismi”.
Il bello che, a parole, tutti sono d’accordo nell’usare la
cosiddetta “linea dura” contro i fanatismi,
nell’interpretazione che ciascun possa dare alla situazione attuale in
cui si sta creando una pericolosa frattura tra noi e gli altri.
Già, “gli altri”, i “diversi”,
di pelle, religione, bandiera, lingua.
“Altri”, che sino a trenta, quarant’anni
fa, eravamo noi italiani, e per questa parola intendo tutti coloro che, volenti
o nolenti, entrano a far parte della meravigliosa nazione di cui sono cittadino
per nascita.
Dal Veneto alla Basilicata, dal Piemonte alla Sicilia, siamo partiti
a frotte per trovare un tozzo di pane, spesso guadagnandolo col sudore della
fronte, talvolta scovandolo attraverso sentieri differenti e non sempre
legittimi, percorrendo strade lastricate dal sangue e dalla violenza.
Molti sono scesi nelle viscere della terra, a scavare minerali,
sorgendo dalla tomba dei vivi, ogni sera sempre più simili a talpe,
tinti di nero, con i polmoni intasati dalla silicosi, mentre le mogli ed i
figli trascinavano esistenze da emarginati al paese natio, come in quei luoghi
deputati alla sofferenza.
Tornano in mente le immagini di Marcinelle,
in Belgio, dove in un tragico incidente perirono decine di nostri connazionali.
Schiacciati da tonnellate di terra, soffocati dal gas, oppure rimasti
senz’aria, in attesa di soccorsi che non sarebbero mai arrivati in tempo
a salvarli.
Il sogno anarchico di Sacco e Vanzetti,
infranto sulle sponde degli Stati Uniti d’America. Condannati per un
crimine mai commesso, montato a hoc per due poveri capri espiatori che
parlavano un inglese stentato, ma dovevano servire da esempio per una categoria
di “inferiori” che tali dovevano rimanere ancora a lungo.
Morirono sulla sedia elettrica e non gli servì a nulla
l’intercessione di personalità di spicco, la drammatica certezza
delle montature a loro carico da parte della polizia, la successiva e purtroppo
tardiva riabilitazione giunta quando il vento della giustizia aveva soffiato
sulle loro ceneri terrene disperse sul rogo delle falsità.
Il film d’Alberto Sordi sulla triste sorte degli
immigrati in Australia. Infelici che dovevano ogni giorno lottare con le
durissime condizioni, oltre che di convivenza, anche legate all’ambiente
di lavoro ostile sopra ogni limite.
I matrimoni per procura, le sofferenze di donne che arrivavano in
cerca di marito da paesini sperduti nelle campagne d’Italia e che spesso
abbandonavano un’esistenza sbagliata, fatta di nodi scorsoi legati
stretti al collo.
Speranze legate ad una fotografia sbiadita e a quattro parole
scritte da chissà chi su di un foglio di carta, con l’unica
ambizione di trovare una moglie che parlasse nel proprio idioma, tanto
disprezzato in quelle assolate contrade.
Quello di Nino Manfredi, che
raccontava le umiliazioni subite al di là dal confine, nella ricca
Svizzera dai giovani camerieri provenienti dal Meridione, votati ad una
professione che nessuno voleva più svolgere, perché considerata
di basso profilo ed adatta agli “altri”.
Ricorre questa descrizione, probabilmente poco consona, questi
“altri” che, per un concatenarsi di causa - effetto, ha
portato nuove stirpi nella parte ricca del mondo, in quella dove un’ora
di duro lavoro equivale ad un mese di salario nel luogo d’origine.
I viaggi della speranza si moltiplicano quasi in modo esponenziale.
A frotte stanno arrivando alla ricerca del paradiso o, meglio, di quello che
credono lo sia.
Uomini e donne, i bambini stretti al petto, nati a volte sulle
carrette del mare che a caro prezzo li trasportano partendo da porti
compiacenti. Fiches puntate sulla roulette delle
esistenze dannate che la vita ha estratto nell’alternanza del rosso e del
nero, del pari e del dispari.
Capita che la pallina cada sullo zero, il colore neutro, quello che
non distingue religioni e mestieri, buoni e cattivi, ma li trascina
nell’abisso di mari in tempesta, nella camera a gas di autotreni lasciati
a cuocere sotto il sole, in doppifondi stipati di anime maledette da Dio.
“Ammalati di fame, incapaci a pagare”…”se
non vuoi che il sistema ti pigli per fame…” recita “Un
medico” di Fabrizio de Andrè.
Sono genti ammalate di carestie, incapaci a pagare per una colpa non
commessa e che, nella dignità d’uomini come sono, non vogliono che
il sistema li pigli per fame, cercando una speranza dall’altra parte del
braccio di mare che li separa dai mercanti di speranze.
In ogni angolo d’Italia vedi greggi di persone che
s’inerpicano sulle mulattiere della transumanza quotidiana, faticando,
imprecando nei mille dialetti, recitando nella commedia in cui sono attori non
protagonisti.
Non vinceranno mai il leone d’oro alla carriera, saranno
sempre schiacciati dai macigni che trasportano senza saperlo, punti dal filo
spinato d’esistenze emarginate tra quattro mura affittate a caro prezzo,
in una qualsiasi metropoli, sdraiati a terra su materassi logori e sporchi.
Persone che hanno perduto la stima d’essere uomini e donne,
costretti alle professioni più disparate e meno remunerate, spesso
disprezzati ed ingiuriati.
Manovali dai corpi madidi di sudore, badanti costrette a sorvegliare
antiche gioventù, baby sitter per figli
viziati, operai in catena di montaggio, in laboratori di cucito, dove la
giornata si compone di sedici ore di schiavitù e otto d’inedia.
Li senti parlare e quasi subito capisci da dove provengono, cosa
hanno lasciato alle spalle con la neppure troppo segreta speranza di tornare,
con le tasche piene di moneta sonante, dopo qualche anno di lavoro.
Illusioni, sogni negati dalla rincorsa affannosa verso una meta che
si fa sempre più irraggiungibile, lontana anni luce da ciò che la
realtà prospetta ogni giorno ai loro occhi.
Parlo di mestieri “onesti”, quelli che erano
destinati ai nostri lavoratori provenienti dalle zone più povere del bel
paese e che ora sono svolti dalle genti colorate in giallo, nero, ocra e panna.
Poi esistono i ribelli, quelli che vorrebbero imporre la legge del
più forte, della rabbia, della violenza, coloro i quali le porte delle
carceri hanno veduto spesso dal di dentro, che ne hanno graffiato i muri con
unghie sporche di dolore.
Fuoriusciti col benservito, alla ricerca di nuovi lidi dove
approfittare delle loro abilità sbagliate e che trovano messi da
raccogliere fra i campi del benessere.
Si mescolano spesso tra chi è alla ricerca di un lavoro
onesto, meglio di loro sanno approfittare delle occasioni, spandendo concime
sui pregiudizi della gente.
Così nascono le incomprensioni, le moderne crociate di chi si
vede invaso dai “saraceni”, da civiltà differenti che
non sempre s’adattano ai nostri usi e costumi.
Popoli dell’Est, slavi e polacchi, rumeni e russi, moldavi e cechi; popoli del Sud, senegalesi ed etiopi,
kenioti e maldiviani, popoli d’Oriente,
cingalesi e indiani, cinesi e thai, popoli dal Sud
America, brasiliani e peruviani, argentini e boliviani e d’ogni altra
nazione o continente hanno la comunanza d’esser nati e cresciuti nella
parte “sbagliata” del mondo del Ventunesimo secolo.
Vedremo sempre più gioventù griffate in queste tinte,
mescolanze di razze e religioni, convivenze neppure ipotizzate né
ipotizzabili.
Le solitudini si mescolano, annullandosi, matrici fallite di storie
finite sono cancellate nell’oblio di volti nuovi in cui moriamo,
nell’inganno dei sensi assopiti dalla solitudine cui nessuno sa
rassegnarsi.
Mendichiamo amore, ricevendo in cambio spiccioli di felicità
dentro i quali attingiamo i momenti che ci restano, godendo di attimi spesi nel
supermercato delle storie differenti.
Tiriamo avanti, cercando onorabilità in noi stessi, scavando
a fondo nel pozzo delle coscienze per trovarla, ingannandoci spesso, ubriacando
sentimenti reclusi in quattro muri diventati la nostra prigione, il personale
campo d’ortiche nel quale veniamo punti, ogni giorno.
Ci grattiamo, spargiamo pomate sulle parti infiammate, imprechiamo
contro la sfortuna, ma nell’istante in cui ci liberiamo dal male
già andiamo cercando, inconsapevolmente, una nuova spina dalla quale
farci ferire, offendere, uccidere.
Critichiamo i vicini e loro giudicano noi con la stessa, crudele
ferocia, cercando nello specchio altrui l’immagine riflessa di ciò
che vorremmo essere, ma non siamo stati, né saremo mai.
Ti vedono solo e già muovono le pedine del dubbio, guatano il
tuo sguardo, immaginando quel che pensi, agitano braccia nel fango, sperando
d’insozzare il vestito che indossi; credono di coinvolgerti nel personale
manicomio, giudicando differente quello che l’amore ha strappato alla
pazzia e che la follia è pronta a riprendere, se gliene offrirai
l’occasione.
“è
triste trovarsi adulti senza essere cresciuti”
Da “Il giudice” di Fabrizio de Andrè.
Mentre scrivo, sto ascoltando le note delle canzoni di “Non
al denaro, non all’amore né al cielo” incise molti anni
fa, le cui parole non avevo mai analizzato attentamente, limitandomi ad un
ascolto distratto.
Io sono adulto, eppure non sono mai cresciuto, fatta eccezione, al
contrario del giudice di Fabrizio, per la statura.
Ho lo stesso brutto carattere di quand’ero ragazzo.
Ho la medesima capacità di non saper fare quasi nulla.
Ho la forza d’essere me stesso, anche se ne pago le
conseguenze.
Non riesco a chiedere scusa a chi non crede d’essere mai nel
torto.
Non posso donare un sorriso a colui che non è capace di
ricambiarlo.
Non so tradire un amico che mi è stato vicino quando
n’avevo bisogno.
Voglio sognare ancora un posto in cui vivere.
Voglio concedermi il diritto di amare la vita.
Voglio perdonare coloro che mi hanno tradito.
Ho parlato con quell’amico stamattina.
Mi ha detto di scrivere qualcosa sulla dignità e così
ho fatto, andando fuori tema, probabilmente, per quello che Lui intendeva
affermare.
Abbiamo discusso di lavoro, fiducia nel prossimo, del modo di
trattare la gente, della fede mal riposta, di dubbi e incertezze, di casa e
famiglia.
Sono davvero felice d’essere
diventato adulto, senza essere mai cresciuto, perché, in fondo, sono
rimasto uguale a prima almeno dentro il cuore. Chi non ha mai capito, o ha
dimenticato tutto questo, ha smarrito per strada uno dei pochi valori che
davvero contano.
La dignità d’essere
sé stessi di fronte ad un mondo di bugiardi.
Agosto 2005
NO MARTINI NO PARTY
Osservo i volti della gente immedesimandomi nei loro cuori,
stringendo le mani delle persone che ad ogni istante debbono toccarsi
l’un l’altro con i guanti dell’ipocrisia.
Tu e io, oggi e domani, scriviamo continuamente lettere con la
calligrafia incerta di chi non sa affrontare le falsità che ad ogni
istante si nascondono nei sorrisi di circostanza, nei sì che celano i
no, nelle pietose bugie che annullano le crude verità.
Molto meglio dire all’ammalato terminale che c’è
una speranza, piuttosto di confessargli che le sue ali si stanno per chiudere
su di un’esistenza fine a se stessa, favoleggiando della scoperta di
nuove cure, che la scienza compie passi da gigante, che due più due
talvolta non fa quattro.
Miserie, tentacoli della piovra che stringe al collo sino a
soffocarti.
Ognuno, dieci, cento volte il giorno, racconta frottole a se stesso,
quando si guarda allo specchio, poco dopo essersi alzato, mentre due occhi
infossati si annullano nel pozzo di un cristallo illuminato.
La scuola, il lavoro, il traffico, le angosce quotidiane, le ritrovi
innanzi e ti mancano, quando l’imbroglio fantozziano della pensione le
cancella con un taglio netto separando, senza possibilità di repliche,
l’età del “io sono”, con quella del “io
ero”.
In fondo, un “pensionato” rimane tale, sia che
abbia dato un segno tangibile della sua presenza nella società in cui si
è trovato a combattere, sia ne sia stato soffocato, o meglio,
stritolato, dagli ingranaggi di quella macchina chiamata dovere, con cui
ognuno, a suo modo, si trova ad interagire in ogni istante
dell’età “adulta”.
Viviamo nei tempi moderni concepiti con la fantasia da quel buffo
ometto con la bombetta ed i baffetti. Piccoli Charlot, avvitatori di
bulloni, ingoiati dal macchinario immaginario che, in una parafrasi estrema, si
potrebbe definire la quint’essenza dell’esistenza.
Inizi presto a dire bugie, al bar, quando l’avventore giocoso
chiede come stai, mentre, grugnendo, rispondi che è tutto ok, anche se verrebbe da mandarlo a quel paese.
Oppure, manco ti rivolge la parola e te ne stai lì, in silenzio,
appoggiato alla porzione di bancone che i gomiti hanno scelto per dieci minuti,
sorseggiando un liquido bruno che brucia lo stomaco, ma che assapori in ogni
sua stilla, poiché quello è il solo benvenuto che vuoi sentire.
Menti al collega, al capo che pretende sempre più, al
compagno d’officina, a quello di scrivania, all’addetto alla mensa,
alla moglie, ai figli, finendo la giornata davanti allo stesso specchio nel
quale hai mentito sedici ore fa e dove tornerai a mentire domani mattina.
Ognuno dice bugie per proteggersi, difendersi, o perché
è molto meglio negare la verità, piuttosto che affrontarne il
giudizio.
Nessuno è mai veramente sincero, tutti abbiamo i nostri
armadi in cui nascondiamo le ossa spolpate dei cadaveri immaginari che ad ogni
istante vengono a galla, ma che siamo bravissimi a scacciare, rispedendoli fra
gli abissi reconditi della mente.
Un ricevimento come tanti, facce conosciute e no, come sempre.
Il pretesto non conta, intanto uno vale l’altro per mangiare e
bere a sbafo, giudicare, domandare, sentenziare e, soprattutto, mentire.
- “Complimenti per il vestito, ti calza a pennello, dove
l’hai comprato…e dimmi, l’hai pagato caro?” - dice
la donna alla sua vicina.
- “Sai” - la risposta ovvia - “ti
ringrazio, è stato un affare, l’ho preso in saldo in una boutique
del centro”.
Nel far ciò, la miss si pavoneggia in tutta la sua trionfale guittezza, esibendosi con mossette
da circo, pur conservando una dignitosa parvenza di serietà, di pura e
semplice circostanza.
- “Ti sta veramente bene, complimenti”. - Mente,
l’inquirente saccente.
Poi ci sono gli indifferenti, quelli che partecipano al rito,
qualunque esso sia, assumendo una postura di superiorità sulla massa,
isolandosi a gruppetti di tre o quattro, recandosi al bar, non appena gli
è concesso.
Loro hanno atteggiamenti di un “déjà - vu”
rituale, nel quale si calano, slacciandosi il nodo alla cravatta, anche quando
non la indossano, commentando la cerimonia, introducendosi (almeno a parole)
sotto le gonne delle ragazze più belle, invidiandone
l’accompagnatore, magari invitandolo alla mensa delle domande indiscrete
sul dove ed il quando, e persino sul quanto.
Cornacchie ingrigite dalle abitudini, dalle maniglie
dell’amore che vedono accumularsi sui fianchi adiposi delle compagne,
sprofondati sui sofà polverosi della fine cena e che si prostrano
nell’inciso animato di quelle distrazioni, cercando un motivo per
sentirsi ancora giovani e vitali.
Si danno pacche sulle spalle a vicenda, celiano sullo ieri fatto di
serate passate col bicchiere fra le mani, guatando bellezze ormai tali solo nei
ricordi, sbiaditi come le ragazze diventate mogli d’altri e quasi mai
loro.
Mentono gli uni agli altri, “quanto ci siamo divertiti
quella sera, ricordi”, contano bicchieri immaginari tracannati,
rimembrano le scazzottate, le grazie inventate, tralasciando la realtà
di donne “normali” che ora gli stanno al fianco, alzando
calici di plastica colmi di bevande gassate.
Bambini chiassosi e maleducati ti urtano, correndo sui viali, mentre
i genitori li osservano compiaciuti, sgranocchiando pizzette e dolci
d’ogni specie, commentando reciprocamente a bocca piena le evoluzioni dei
marmocchi dalle età indecifrabili.
Vecchi dagli sguardi impenetrabili, seduti con dignità sullo
scranno duro di uno sgabello, impettiti nell’abito della festa, osservano
attentamente ogni partecipante a quel balletto, sperando in un riparo alla noia
martellante di giornate sempre uguali.
Casalinghe sognanti d’ogni latitudine, spesso costrette ad un
ruolo che il destino ha cucito loro addosso e solo la diga
dell’età, che ben presto spezzeranno, divide dagli individui in
cui il traguardo è prossimo all’oggi.
Bisbigli, sussurri, sibilar di crotali impazziti dalla
curiosità. Ogni ruolo è buono per far scoccare la lingua
biforcuta delle curiosità indiscrete.
La piscina delle falsità si riempie ogni istante di
più, senza tracimare, pare che vi sia uno scarico capace di lasciar
defluire il troppo pieno, e si mescolano le stupidaggini, senza reazioni
chimiche indesiderate.
Il Rio Negro si unisce col Rio Blanco
ed ognuno segue il corso del Rio delle Amazzoni, mentre le acque,
di differente peso e colore, procedono assieme senza uscir dall’alveo, a
lungo, sino all’oceano delle menzogne che le assorbe tutte quante.
La finzione continua al momento del taglio della torta,
poiché c’è sempre una torta da sezionare al culmine dei
festeggiamenti, e tutti: donne, bambini, vecchi e no, s’affollano attorno
al tavolino sul quale è posata l’attrazione principale.
Cascate di panna bianca, sfoglie da sgranocchiare che perdono
briciole a beneficio delle formiche, auguri lanciati a profusione con la bocca
piena, mentre, tenendo in una mano il piatto di carta e nell’altra il
recipiente dello stesso materiale, brindiamo, augurando ogni gioia al
festeggiato.
Matrimoni, battesimi, prime comunioni, tutti eventi accomunati
dall’unica voglia, quella di scordare il quotidiano, annullandolo nel
riso che sommerge la noia o, almeno, cerca di galleggiarci dentro.
Sorrisi di circostanza, allegrie spente nel tizzone di una sigaretta
accesa, che trovano il medesimo spazio del fumo soffiato verso il cielo.
L’atto finale, il più patetico, è quello delle
scuse per andarsene, in cui ognuno si capacita ad inventarne delle nuove, dal
cane da portare a spasso, ai figli piccoli lasciati alla baby - sitter, alla nonna che aspetta ansiosa, ai mille bla bla che significano una sola
cosa.
Lasciatemi andare a sdraiarmi sul mio sofà comodo, davanti
allo schermo a colori, tra le soffici abitudini cui non rinuncio, ai risultati
sportivi, ai sogni di gloria che puntualmente s’infrangono nella lettura
di un quadretto con 14 segni tracciati a caso, soppiantato dal miraggio di una
cinquina più uno che sappia risolvere ogni dubbio latente sulle nuvole
del domani.
Spesso, la culla morbida annulla
ogni desiderio, mentre sprofondiamo nel sonno del giusto, pregustando tramonti
di favola, dai quali ci svegliamo col vestito stropicciato e lo sguardo
annebbiato dai vapori residui dell’inconscio che risorge.
Mi piace guardare la pubblicità alla televisione.
Talvolta, è migliore dei programmi che trasmette.
Un toc toc
alla porta chiusa, l’occhio ceruleo che scruta chi osa interrompere il
divertimento, donne bellissime, vestiti sgargianti, uomini eleganti, ambienti
raffinati, calici di cristallo tintinnanti.
Dietro quell’uscio, compare George,
il bello di turno, che, tenendo due bottiglie in mano della nota marca di
spumante, chiede d’essere ammesso al party con quel sorriso beffardo che
è tutto un programma.
La ragazza spalanca gli occhi, apre, lui s’introduce nel
locale, agguanta le bottiglie e, tra lo sbigottimento generale, le infila in un
carrello e se n’esce, pronunciando le parole fatidiche: “No
Martini, no party”.
Non sono George, non vengo pagato
milioni di dollari per un sorriso e quattro parole, ma vorrei essere Lui solo
pochi istanti, per raccogliere le bottiglie e gettarle via, in modo da
interrompere il balletto delle falsità in cui danziamo, ognuno a suo
modo, per sopravvivere.
Un giorno appresso all’altro.
Ridi.
Soffocando il
gemito
nella sua
pantomima,
eclissa tutte le
illusioni
nella fuga di una
risata.
Luglio 2005