“Che cazzo devo fare?” disse Vincenzo.
“Che cazzo devo fare?”
In piena estate, era fermo nell’aria di sosta
dell’autostrada, sul tratto Napoli – Salerno: aveva bucato. Mise la
ruota di scorta. Prima di metterla, esitò un attimo, perché non
l’aveva mai usata; aveva comprato la macchina usata e questa era la prima
volta che bucava, aveva la macchina da un mese. La ruota di scorta era messa
male, era anche più stretta, un po’ diversa dalle altre. Non
avendo altra scelta, la mise sotto e disse: “Andrò piano e
vedrò di arrivare al primo autogrill, lì comprerò una
ruota nuova”.
Dopo dieci chilometri nei quali andava a ottanta
all’ora, fu fermato da una pattuglia della polizia che gli fece la multa
perché andava troppo piano e aveva una ruota non conforme. Fu un
po’ aggressivo verso gli agenti, quando gli dissero: “250
euro” e, per concludere, fu chiamato il pronto intervento autostradale
che gli cambiò la ruota alla modica somma di 500 euro.
Praticamente aveva speso 400 euro per comprare la Fiat Tipo
che guidava e una ruota gli era costata di più.
Riprese la strada tutto incazzato;
era diretto in Sicilia, a Catania, la sua città d’origine, dove
andava tutte le estati a passare le ferie.
Nella radio inserì un cd, con una raccolta di mp3,
acquistata dai marocchini. La musica lo tirò un po’ su. Si fece i
conti e si rassegnò, senza pensarci troppo.
Quando uscì dall’autogrill dove si era fermato
per andare a pisciare e prendere un caffè, notò che c’era
la guardia di finanza vicino alla sua macchina. Per un momento fu tentato di
scappare, quasi istintivamente, poi s’accorse che non aveva fatto niente
di male, che era tutto a posto. Nonostante questa consapevolezza, si mise a
girare e a perdere tempo per una mezz’oretta. Quando uscì, vide
che stavano scrivendo e s’avvicinò.
“è
sua la macchina?”
“Sì”.
“Può prendere, per piacere, quella custodia di
cd?”
La prese e gliela diede.
Era track 1 e 2 di Vasco Rossi, acquistato in Piazza San
Babila, prima di partire, da un marocchino.
“Lo sa che è un reato acquistare musica contraffatta?”
“Ma agente”.
“Non risponda!”
“Lo sa o no?”
“No”.
“Per un cd del genere, lei rischia 5000 euro di
multa…”
Vincenzo sentì un tuffo al cuore; non sapeva cosa
dire o rispondere. Pensò che sotto il sedile aveva un centinaio di cd
acquistati dai marocchini.
I finanzieri trovarono anche quelli e gli fecero 2000 euro
di multa, sequestrando tutti i cd.
In un impeto di rabbia, entrò nell’autogrill e
comprò tre cd originali di musica di Mario Merola
e per tutta la strada verso casa, incazzato,
ascoltò musica che faceva pensare ad uomini e donne sfigati perseguitati
dalla sfiga.
Verso le 21, quando era a poche ore da casa, accese le luci,
ma s’accorse che funzionavano solo gli abbaglianti. Non sapendo che fare,
proseguì e, mentre proseguiva, ogni tanto, riceveva delle suonate dalla
corsia opposta, anche se separata dallo spartitraffico. Mezz’ora dopo,
comparve alle spalle una volante con il lampeggiante blu, lo sorpassò,
misero la paletta fuori dal finestrino e gli intimarono di fermarsi.
L’agente s’avvicinò con molta cautela,
puntandoli la luce della pila elettrica negli occhi, lo fece scendere con le
gambe larghe e le mani alzate. Senza che potesse parlare, diede
un’occhiata in macchina, ma non c’era né puzza di alcolici,
né altro, droghe o cose varie.
Disse: “è
mezz’ora che viaggia con i fari abbaglianti, disturbando i conducenti che
vengono dalla corsia opposta. Qualche problema? Si è preso
qualcosa?”
In un attimo di ingenuità, Vincenzo disse: “No,
agente, non funzionano gli anabbaglianti”.
Gli fecero ottocento euro di multa, per guida pericolosa e
per il pronto intervento che era stato chiamato per mettere la lampadina
funzionante.
A
Oltre al totale, non realizzava altro, soltanto ripeteva:
“Io non pago”. Si giustificava in tutti i modi.
Entrò in un bar vicino a Catania e andò un
attimo al bagno; prese un Cointreau, pagò,
uscì e vide che la macchina non c’era più. Guardò
meglio, era proprio così, la macchina non era più al suo posto,
gliel’avevano rubata. Guardò il titolare del bar e gli altri che
stavano lì e disse: “Mi hanno fregato la macchina”.
“Dove?”
“Qui fuori”.
“Quando?”
“Adesso, il tempo di andare al bagno, tornare,
prendere qualcosa e uscire”.
Alzarono le spalle.
Prese un taxi e andò a casa. 80 euro, quasi una somma
onesta, considerato che erano
Si mise a letto.
Il giorno dopo, la madre lo svegliò.
“Vincè”.
“Che c’è?”
“Vincè”.
“Lasciami dormire”.
“Vincè,
c’è la polizia alla porta”.
Vincenzo aprì gli occhi e disse: “Forse hanno
trovato la macchina in qualche campagna”.
Gli agenti dissero: “è
lei il proprietario della Fiat Tipo, ecc, ecc?”
“Sì, perché l’avete
trovata?”
“Ah, fa anche lo spiritoso”.
“Lei è accusato di rapina, ci segua”.
La macchina era stata rubata da alcuni malviventi che la
avevano usata per fare un po’ di furti e, alla fine, l’avevano
abbandonata in un parcheggio, che, combinazione, era vicino a casa di Vincenzo.
Era stata ripresa da varie telecamere.
Vincenzo disse: “Ci deve essere un errore”.
Trascorse in carcere una settimana, il tempo di spiegare che
lui non c’entrava niente. Tra l’altro, era capitato in un lungo
ponte che cadeva di mercoledì, per cui, arrestato il sabato mattina,
vide un avvocato solo il lunedì della settimana seguente.
Alla balera della spiaggia, mentre mangiava una banana
split, aveva lo sguardo che arrivava fino all’Africa, tanto era intenso e
perso lontano. Pensava: ‘3580 euro e una settimana in carcere. Che cazzo
sta succedendo’.
Disse: “La macchina, ora la distruggo, mi porta
sfiga”.
Andò sul picco di un precipizio e mise la Fiat Tipo
in folle; la spinse e se ne andò. Quando nel cielo comparve
l’elicottero della forestale, la macchina si sfracellò e prese
fuoco, con un principio d’incendio che rischiava di propagarsi, anche se
con molta difficoltà, alla pineta lì vicino.
Fu arrestato in fragrante. Restò in carcere un mese e
uscì con la condizionale e una multa di 10.000 euro per tentato incendio
preterintenzionale, discarica abusiva e mancato scarico della macchina alla
motorizzazione.
Quando tornò a Milano, nel cantiere dove lavorava
come carpentiere, tutti i colleghi se la tiravano. C’era chi era stato
alle Maldive, chi in Puglia, chi a Sharm al Sheikh.
Quando, bevendo una birra e mangiando un panino nella pausa,
chiedevano: “Come hai trascorso l’estate, Vincè?”
“Niente, le solite cose, casa, mare, amici, ragazze,
nottate, feste patronali, mangiate, sole”.
“E la macchina, che fine ha fatto la macchina?”
Non sapeva cosa rispondere e, mentre stava per dire…,
la birra gli andò di traverso e gli uscì dal naso.
“Che cazzo è, Vincè?
Piano piano”.
Si riprese.
“E la macchina” dissero.
“La…” gli venne un colpo di tosse e
sputò un pezzo di panino, che gli andò di traverso e gli uscirono
le lacrime dagli occhi.
“Ma”, dissero, “strano, Vincenzo” e
tornarono al lavoro.
A si alzò, erano le cinque e mezzo del mattino, era
la Preistoria, era l’uomo preistorico ed A era il suo nome, perché
tutti, nel clan composto di dieci elementi, lo chiamavano A.
Erano i primi di maggio e le prime luci dell’alba
stavano spuntando. Vivevano in una caverna, dormivano sotto pelli di bisonti
usate come coperte; si coprivano allo stesso modo, con pelli di bisonte,
d’estate.
Lui era il maschio adulto, aveva circa trent’anni ed
era figlio di O, ormai sul finire dei suoi giorni. Aveva due mogli, una si
chiamava E e l’altra I, un fratello più
giovane, anche lui ammogliato e con altri figli.
A aprì gli occhi e chiamò: “E”.
Nessuno rispose.
E dormiva al suo fianco. Prese la clava e le diede una botta
secca sulla gamba destra, perché E dormiva a pancia in giù.
E si svegliò inviperita, vide A seduto e non disse
niente. Si calmò subito, svegliò tutto il resto della famiglia e
riscaldarono gli avanzi di carne del giorno precedente.
Mentre A mangiava per primo col fratello, con i figli e le
donne e il padre che erano fuori dalla caverna, faceva delle grandi scoregge e
rutti. A parte questo, non si sentiva altro. Da lontano giungevano i primi
barriti degli elefanti e s’udivano i canti degli uccelli. Era una bella
giornata.
Il resto lo mangiarono le donne e il padre, quando A e il
fratello uscirono. A era sulla porta e, quando li vide entrare, li
guardò male, soprattutto E. Tutti tenevano la testa bassa e, appena lui
non li vide più, si misero a correre, finendo quello che era rimasto e
facendo anche loro rutti e scoregge. A s’incazzava,
ma era normale, era naturale, era animalesco, era sintomo di gradimento e di
salute.
A affilava la punta della lancia insieme al fratello, la
affilavano bene, con cura. Ne affilarono tre o quattro, poi partirono per la
caccia.
Prima di partire, fecero un voto o preghiera che dir si
voglia.
C’era una testa di bisonte vicino e fecero una danza
concitata, mentre le donne urlavano e lo stesso facevano anche i bambini. E
mentre urlavano, guardavano con gli occhi su e li giravano verso la testa del
bisonte, finché A ed il fratello la infilzarono in bocca e finì il
rito.
Entrati nella boscaglia, videro una famiglia di cinghiali.
C’era una scrofa e quattro cuccioli abbastanza grandicelli.
Le donne arrivarono dal lato opposto e i cinghiali
cominciarono a correre all’impazzata. A infilzò nella testa del
cinghiale tutta la lancia, che gli uscì dall’altro lato. Il
fratello catturò un altro piccolo.
Erano a posto per tre giorni.
Il problema, adesso, era trasportarli per cinque chilometri.
Costruirono una lettiga e li misero sopra, poi la tirarono
alla caverna.
Qui li squartarono e scuoiarono.
Quel giorno A era felice, era andato tutto molto bene. Ora
per due giorni potevano riposare, nel senso che non avevano la preoccupazione
del cibo.
Avrebbero impiegato il resto del tempo ad esplorare il
territorio circostante, a prendere uova, a seguire gli spostamenti della fauna,
a cercare di capire meglio dove fossero.
Verso le undici, mangiarono, seguendo lo stesso ordine:
prima i maschi e poi gli altri.
La testa era la parte più buona, simbolo del potere.
A mangiava il cervello del cinghiale con una voluttà tutta sua, era il
capo ed era un suo diritto.
Se non fosse stato per lui che andava a caccia e rischiava
la vita, se non fosse stato per la sua intelligenza e forza, la sopravvivenza
del resto del clan sarebbe stata compromessa.
Mangiò anche il resto della congrega.
Quando A finiva di mangiare, gli veniva il buon umore e si
metteva a scherzare. Quando scherzava lui, scherzavano e ridevano tutti,
perché era buon segno.
Poi si mise a letto e si fece prima E e
poi I. In tutto, due ore di fottimento.
I era invidiosa di E, perché era la favorita, non
perché fosse più bella, ma perché così si era
tacitamente stabilito nel tempo. Così, a volte, la guardava male.
Un giorno, mentre stavano lavando il pellame sul fiume e
tutta la tribù era mezza nuda, ci fu una disputa perché una pelle
era stata portata via dalla corrente e tutte e due si accusavano a vicenda, ma
avevano paura, perché sapevano che A le avrebbe picchiate. Infatti, di
solito, faceva così.
Arrivarono alla caverna, mentre, sillabando e gesticolando,
A, il fratello ed il padre stavano insegnando ai bambini ad armeggiare le
lance. Erano abbattute e fecero capire con il loro linguaggio rudimentale che
un lupo, un animale, le aveva aggredite e avevano perso una pelle.
A, lì per lì, non seppe cosa dire.
Disse: “I, che?”
Rispose I: “Uuu dududu dadada”.
Rispose A: “E, be, be”.
Poi si rivolse ad E e chiese:
“E, che, che?”
Rispose E: “Uuu”.
“Dadada”
continuò A.
Purtroppo, erano d’accordo e non era stata colpa loro,
quindi A non le punì.
Mentre A stava tornando alle sue occupazioni, arrivò
il piccolo II ed espose al padre, gesticolando, quello che era successo al
fiume, indicando come le donne, litigando, avevano perso la pelle che era
finita nel fiume.
“E”, fece A, “E”.
“I”, continuò A, “I”.
Le donne si misero ad urlare come pazze, senza che lui le
avesse nemmeno toccate.
Poi cominciarono a tirarsi i capelli e ad esclamare vocali e
consonanti e suoni tipo: “Ooo, iii,, daaaaaaa, deeeeee”.
Si stavano facendo male.
A e il fratello le divisero e fecero capire loro che la
faccenda, per questa volta, era chiusa. Mentre parlavano, si mise a piovere, ci
furono fulmini e tuoni e furono costretti ad entrare nella caverna.
Tra i figli, ce n’era uno portato per l’arte;
dipingeva sulle pareti della caverna varie scene: A che tirava per i capelli E
o I, trascinandole, A che lanciava la lancia contro un animale, il sole. Era un
pittore, ma ad A questa cosa non piaceva, ma finché pioveva e non
c’era altro da fare, andava bene.
Un giorno, però, mentre stavano uscendo per la caccia,
il figlio adolescente era intento a dipingere una scena di caccia, dove una
lancia trafiggeva nel ventre una specie di vacca. A lo guardò da dietro;
l’aveva chiamato molte volte, ma lui non s’era mosso, perché
pensava nel suo pensiero rudimentale artistico che in poco tempo avrebbe finito
e credette che il padre da dietro lo stesse ammirando. Il padre si
avvicinò e lo vide tutto intento con la faccia vicino alla parete.
Guardò il figlio, il figlio guardò il padre e gli sorrise. Il
padre aprì la mano e gli diede un pappone talmente forte che gli
uscì il sangue dalla fronte, sbattendo contro il ventre della vacca e
lì rimase. Gli studiosi, secoli e secoli dopo, dissero che per dipingere
usavano anche sangue umano. Uscì fuori, piangendo, andando istintivamente
verso I, mentre A, da dietro, gli urlava e, con tutte le sillabe che gli
uscivano, gli mostrava la lancia e il cinghiale morto, la lancia e il cinghiale
morto.
Non era facile la vita a quei tempi, non era per niente
facile.
Quando il padre morì, lo seppellirono un metro sotto
terra e con lui misero alcune cosce di cinghiale che tanto gli piacevano, poi
lo coprirono e piansero. Mistero della vita. Boh.
Contemporaneamente, I, E e la
moglie del fratello, ogni anno, sfornavano tre figli, e la famiglia cresceva,
cresceva. Al posto di A andava il fratello, poi il figlio e il clan divenne
tribù.
PEGASUS 1100
Il viaggio
spaziale era iniziato da otto anni e purtroppo avevano perso il contatto radio
con la Terra, erano usciti dall’orbita del sistema solare e stavano
andando verso la Costellazione di Magellano. La
missione era iniziata otto anni prima, quando tutti i principali paesi
tecnologicamente avanzati avevano costruito un modello di astronave che era
alimentata con dieci chili di uranio, andava a propulsione nucleare alla
velocità di
L’equipaggio
era composto di tedeschi, statunitensi, inglesi, francesi e giapponesi; era un
equipaggio misto di uomini e donne, l’astronave, battezzata Pegasus 1100, era grande come un campo di calcio e questo
permetteva una qualità di vita a bordo abbastanza buona. C’era un
bar, una sala da ballo, una palestra, le stanze maschili e femminili tutte
doppie, la sala comando, il centro d’elaborazione dati ed osservazioni,
il centro di collegamento con la Terra.
I problemi erano
sorti, quando erano nei pressi di Plutone e si stavano
preparando al ritorno. Prima di partire, fecero una festa e molti si
ubriacarono. Tra questi, c’era l’ufficiale in capo della sala
comunicazioni, il tedesco dottor Van Der Kaiser, il quale aveva perso la testa per la francese Michelle De La Rochelle, una
donna molto avvenente, suo sottufficiale in seconda.
Tra i fumi
dell’alcool, musica a tutto volume, coriandoli e luci psichedeliche, si
erano spostati nella sala comunicazioni e si erano portati una bottiglia di
whisky. Lui sedette sulla poltrona di comando e appoggiò
inavvertitamente la bottiglia aperta sul pannello di comando, dove
c’erano tutti i bottoni e i marchingegni per la comunicazione, in un
certo senso, il cervello. Oltre a ciò, inavvertitamente aprì il
contatto radio con la Terra e qui il tenente di turno, lo statunitense Mc Arthur John,
tra la noia e la rabbia per essere costretto a non godersi quella sera, mentre
il resto della base era, a sua volta, a fare baldoria nella sala feste della Nasa, seguì questa conversazione: “Dai, Michelle, fammi un pompino che non ce la faccio
più”.
“Sì,
mio Kaiser, sìììììì”.
Seguirono i
classici: “Oh, ah, più forte, più su, più
giù, non fermarti e l’orgasmo, aurght”.
Al momento
dell’orgasmo, con il braccio, il Kaiser prese la bottiglia che
barcollò un po’ e si rovesciò con tutto il suo contenuto
sul pannello di comando.
Il giorno dopo,
al momento di fare il consueto bollettino alla Terra, il maggiore giapponese Takamoto Kiobioju non riusciva a
stabilire il contatto; poi, osservando il pannello di controllo, sentì
qualcosa d’appiccicoso sotto la mano, guardò meglio e vide che era
tutto spento. Il cervello della comunicazione era fuso. Takamoto
disse: “Arigatometecifacutepilaredimo”, che tradotto voleva dire:
“E mo come cazzo facciamo, come faccio a dirlo al comandante?”
Ironia della
sorte, contemporaneamente alla consumazione dell’amplesso in sala
comunicazione, c’era, nella sala comando, un’altra situazione
anomala.
L’ufficiale
inglese, sir Tony Butterfly,
stava cercando di conquistarsi la cuoca giapponese Nakado
Jasmine, una bellissima donna. Era, il signor Tony, ubriaco, aveva bevuto
più del solito. Ed era anche particolarmente eccitato, ma la Jasmine,
quella sera, non voleva, aveva le sue cose e lo lasciò così,
senza troppe spiegazioni, minacciando di non farci più niente.
Quando Jasmine
uscì, si versò un bicchiere generoso di scotch e lo
sorseggiò lentamente; era un bicchiere di cristallo di Boemia,
massiccio, un po’ barocco, pesante, elegante, a suo modo. Lo finì,
osservando la volta celeste, tutte quelle stelle, ma quella sera gli mancava
l’ispirazione, si girò e disse: “Porca puttana, e che cazzo,
donne di merda”. Questa frase gli fece salire la bile; prese il bicchiere
e con tutta la forza che aveva, centuplicata dall’alcool che aveva in
corpo, lo scagliò forte contro la prima cosa che gli venne a tiro, una
cosa rotonda, che subito si ruppe, era la bussola.
Il comandante
chiese: “Signor Takamoto, ha comunicato con la
Terra?” e guardò dall’altra parte, perché era
routine, continuando a parlare con un altro membro dell’equipaggio.
Takamoto si fece coraggio e disse: “Signor comandante, mi
spiace comunicarle che la radio è rotta, non possiamo comunicare”.
“Va bene,
tutto a posto, ritorni al suo posto”. Disse il comandante e si
avviò verso la toilette. Poi realizzò: “Cosa?!”
Il responsabile
non fu mai trovato.
Il comandante
andò in sala comando e constatò che anche la bussola era fuori
uso, quando chiese: “Capitano Tikuzamu,
posizione, direzione, velocità”.
Tikuzamu, rosso in viso e lo sguardo perso nel vuoto, disse: “Settore
120/00654 - direzione la Costellazione di Magellano,
velocità
“Ok” disse il capitano, girando su se stesso per
riflettere e calcolare dove sarebbero arrivati, in giornata, sulla via del
ritorno, e di nuovo realizzò: “Cosa?! E che cazzo centra la
Costellazione di Magellano? Noi dobbiamo andare verso
la Terra”.
Fu spiegato il
fatto della bussola e i successivi tre anni trascorsero con l’equipaggio
che guardava in alto, cercando di capire che cazzo era successo e dove stavano
andando. Poi si svegliarono e fecero un’assemblea, fecero varie assemblee
e vertici, fecero il punto della situazione.
Le scorte erano
sufficienti a tempo indeterminato, trattandosi per lo più di cibi
liofilizzati ridotti in piccolissime pasticche che, inumidite con poca acqua,
diventavano un pranzo per molte persone. Il cibo, insomma, non era un problema,
il carburante neanche, l’acqua neanche.
Restava solo una
domanda: dove stavano andando?
Accettarono la
situazione con filosofia, senza celare un rancore profondo verso quello o
quelli che erano stati gli autori di tale sfiga cosmica, che ancora non si
sapeva chi fossero e mai si seppe; c’erano delle voci, ma tanto, anche a
volerli giustiziare, a che serviva, ormai era fatta.
Ogni tanto, un
soldato semplice, il paese era indifferente, quando incontrava il Kaiser, lo
guardava di sbieco e diceva: “Maledetto figlio di puttana, per un pompino
ci hai rovinato tutti!” e, senza volerlo, perdeva il controllo, e gli
altri erano costretti a trattenerlo, mentre lui riprendeva: “No, no, lo
voglio ammazzare con le mie mani! Gli voglio cavare gli occhi da vivo, uno ad
uno! Voglio mangiarmi le sue orecchie crude!” e poi scoppiava a piangere.
Erano scene molto toccanti. Lo stesso accadeva anche con Butterfly.
Si diceva che ogni volta che metteva un piede in cucina, partisse da varie
parti una sfilza di coltelli appuntiti che miravano varie parti del suo corpo,
dalle gambe alla fronte, ma che s’infilavano sulla porta a battenti
scorrevole, perché metteva la testa dentro e subito, capita la
situazione, se ne andava. Ma questo accadde solo qualche volta, quando
provò ad andare da Jasmine per dare delle spiegazioni, poi evitò
fino alla fine triste dei suoi giorni tutta l’ala dove c’era la
cucina. Non si sapeva mai.
Per decenni navigarono
nello spazio e tutti i pianeti o corpi celesti che incontravano erano
inospitali e pericolosi per l’atterraggio. Erano costretti a navigare
nello spazio fino alla morte.
Da trentenni
quali erano quando partirono dalla Terra divennero quarantenni, cinquantenni,
sessantenni, settantenni. Quando morivano, veniva fatto un funerale e il corpo
era avvolto in un lenzuolo e lasciato libero nello spazio o cremato. A bordo si
formarono coppie per tutti, in modo che nessuno avesse a mancare
dell’amore, e nacquero tanti figli che furono battezzati con i nomi
più strani: Germania, Francia, Stati Uniti, nomi di paesi, di
città, di attori, di sportivi di successo.
Quella
generazione finì il suo scopo nella vita, altre ne vennero dopo e
vivevano sempre sulla navicella, e il ricordo di ciò che era stato
divenne religione. Andarono oltre la Nube di Magellano,
andavano verso i confini dell’Universo, sperando di incontrare degli ufo
o degli extraterrestri.
Intanto, sulla
Terra, quando non si riusciva a stabilire quel contatto radio, all’inizio
pensarono che erano interferenze delle onde cosmiche spaziali, successivamente
non riuscirono a spiegarsi che cosa potesse essere accaduto, e intanto, vedendo
la Pegasus 1100 andare verso Magellano,
si chiedevano: “Ma dove cazzo vanno? Ma sono impazziti?” Pensavano
a un boicottaggio, ma nessuna spiegazione era sufficiente, fino a quando le
tracce dell’astronave divennero impercettibili anche per i più
potenti telescopi.
Restava il
mistero di quell’ultima comunicazione radio, la sera della festa, che,
ricevuta a tratti, fu interpretata in: “Michelle
…. Oh ….pomp
…..i….no…..oh….ah….s..ì….va
bene”, che davano l’idea di qualcosa in atto sulla navicella,
qualcosa di simile a una riparazione, forse una pompa idraulica che non
funzionava, delle informazioni, come uno che comunicava a distanza, sì,
no, avanti, dietro. Era un mistero.