Annalisa Buffa
Nata a Staranzano
(GO) nel 1964
Studi in campo artistico
Diploma di Clarinetto
conseguito con il massimo dei voti presso il Conservatorio di Trieste.
E’ docente presso la
scuola secondaria di primo grado
Svolge attività
concertistica in varie formazioni.
Finalista al Concorso Nazionale
di Lugo di Romagna.
Diploma di Merito al
“Città di Chieti”.
Consegue il periodo inferiore
della Scuola di Composizione presso il Conservatorio di Trieste.
Specializzazione nella
didattica rivolta ai bambini (metodo YAMAHA) conseguita a Milano
Ha musicato cortometraggi e
grafici d’animazione.
Secondo Premio al Concorso
Agorà 2008 (Siracusa. Primo premio non assegnato) nella sezione
Componimenti musicali.
·
1°
Premio al Concorso Bianca d’Aponte 2008 per la
sezione Colonne sonore
Impegnata in campo letterario con:
·
Diploma
ex-equo per :"Una poesia per il
quadro" (Centro Bolognesi- Rovigo 2009)
·
Poesia
giudicata idonea ed inserita in pubblicazione antologica al "5° Premio
di poesia" di Atene (Grecia- 2009)
Il viaggio
Quel mattino Alfonso si sentiva particolarmente soddisfatto. Stava
per salire su di un treno che l’avrebbe portato verso un luogo ricercato
da molti, meta turistica da sempre ambita, in quella terra culla della
più alta cultura. No, il suo non sarebbe stato un viaggio di svago,
d’effimero piacere; egli si recava in quella città per essere
premiato. Ebbene sì, questa volta una Giuria aveva letto il suo lavoro,
l’aveva valutato e l’aveva decretato vincitore. Lui, Alfonso Benni, ragioniere ormai in quiescenza da alcuni anni, aveva
vinto un concorso letterario. Scrivere era da sempre il suo amore segreto; a
tutto avrebbe rinunciato, fuorché a quell’arte
così intima e diretta.
Alcuni giorni prima, gli era giunta la lettera che comunicava i
nomi dei vincitori; Alfonso Benni era il primo della
lista. La cerimonia di premiazione si sarebbe svolta di lì a pochi a
giorni ed egli subito si era attivato per organizzare il viaggio.
Una voce senza inflessioni annunciava: “Il treno delle 7 e
38 è in arrivo sul binario uno”.
La giornata iniziava bene, il treno era in perfetto orario.
Il vagone non era affollato ed Alfonso pregustava già le
comodità di quel viaggio. Il capostazione fischiava la partenza.
Il treno stava procedendo regolarmente da quasi un’ora,
quando giunse una comunicazione: “Avvisiamo che il treno 2001 si
fermerà per 55 minuti, causa sostituzione del locomotore. I signori
viaggiatori sono pregati di salire su altro treno in coincidenza”.
Qua e là, si sentivano i commenti dei viaggiatori, a dir
il vero, poco lusinghieri.
Alfonso prese la sua valigia ed in silenzio scese dal treno per
salire sull’altro coincidente.
Trovò un piccolo comparto vuoto e si sistemò.
Pochi minuti dopo, un’aria gelida cominciò ad uscire dalle bocche
d’aerazione, raffreddando immediatamente l’abitacolo. Egli si
portò nel corridoio per cercare il personale addetto e chiedere
spiegazioni, ma non vide nessuno. Decise allora di attendere nella propria
cabina; per non rischiare di ammalarsi, bloccò le fuoriuscite
dell’aria con l’impermeabile e la sua valigia.
Di lì a poco, sentì sbattere ripetutamente una
porta; credendo all’arrivo di un controllore, si portò nel
corridoio, ma subito comprese quale fosse l’origine di quel rumore. Un
portellone metallico proprio accanto al suo posto si era aperto
improvvisamente, mostrando all’interno un quadro-comandi acceso. Ad ogni
curva del treno il portellone sbatteva con un rumore fastidioso. Freddo e
frastuono: l’entusiasmo di Alfonso cominciò a scemare.
Continuando nel non vedere nessun responsabile nei paraggi,
decise di andarlo a cercare. Attraversò i primi due vagoni, ma non
incontrò anima viva, se non un giovane uomo che chiedeva la
carità con fare impudente. Nel proseguire, cercò una toilette ma
tutte, al momento, risultavano fuori uso. Finalmente, scorse giungere dal fondo
del corridoio una donna, addetta al controllo dei biglietti.
Si avvicinò timidamente: “Scusi, il riscaldamento
nel mio comparto deve essersi rotto, esce aria gelida; può far
qualcosa?”
La bigliettaia lo guardò e cortesemente, ma velocemente,
gli rispose che subito avrebbe provveduto.
Alfonso si sentì meglio.
Mentre stava ritornando al suo posto, il microfono
annunciò: “Si avvisano i signori viaggiatori che il treno ha un
ritardo di venti minuti”.
Dio mio!Questo no! Significava la perdita della coincidenza e
quindi un forte ritardo sull’arrivo.
Con l’agitazione che man mano andava a crescere, Alfonso
sedette al suo posto, circondato dagli spifferi d’aria gelida che
felicemente ancora danzavano nell’aria.
Il treno arrivò alla successiva stazione con trenta
minuti di ritardo accumulati, tra le proteste di tutti i viaggiatori. Il
problema ora era quello di trovare al più presto un altro treno, ma il
primo disponibile sarebbe arrivato dopo mezz’ora. Alfonso calcolò
i tempi in modo ampio, e concluse che, nonostante rimanesse solo un piccolo
margine, sarebbe riuscito a presenziare alla premiazione.
Il treno arrivò e partì come da orario. I vagoni
sembravano perfettamente nuovi, l’arredamento all’interno molto
comodo. La tensione della giornata cominciava a lasciar il posto ad una
naturale stanchezza ed Alfonso finì per addormentarsi.
Una voce al microfono lo svegliò: “Si comunica che,
causa problemi tecnici, il treno 8880 finirà la sua corsa alla prossima
stazione”.
Impossibile a crederlo! Sarebbero mancati ancora trenta
chilometri all’arrivo. Un misto di collera ed ansia
s’impadronì di Alfonso; ora sapeva per certo che avrebbe perso la
sua premiazione. Un sentimento d’impotenza e tristezza lo colse.
Al fischio del treno giunto alla stazione, fece eco il rumore di
un’umanità che si riversava fuori a getto. Stringendo la sua
valigia, sempre più pesante, scrutò il tabellone delle partenze:
nessuna coincidenza nel giro di due ore. Tutto era risultato inutile, svanito
il suo momento di gloria.
Stette qualche minuto fermo a pensare ed alla fine corse verso
l’uscita della stazione. Ad attendere, uno dietro l’altro, i taxi
sfilavano come in passerella. Ultima carta da giocare. Alfonso salì
velocemente, dando l’indirizzo e pregando l’autista di volare. Fu
una corsa folle.
Quando mancarono otto minuti all’inizio della premiazione,
il taxista aprì la portiera dell’auto. Con il cuore in gola
Alfonso salì l’ampia scalinata di quel palazzo; già sentiva
le prime parole dell’annunciatore che salutava il pubblico presente. Era
giunto, nonostante tutto, in tempo perfetto.
Si rilassò un attimo, permettendo al cuore di rallentare
i suoi battiti, ma subito una forte tensione l’animò; un solo
pensiero: tra poche ore un viaggio di ritorno l’avrebbe atteso.
***
Quella sera Ermen salì
velocemente sulla sua bicicletta e corse verso casa. Si sentiva molto stanco:
al cantiere erano giunte consegne di lavoro straordinario e ciò
l’aveva obbligato ad ore di fatica in più.
Sette chilometri di strada; in giro a quell’ora
non c’era nessuno, perché la paura giungeva con
l’oscurità. Appoggiata la sua bici al recinto, entrò in
casa e, negli occhi di sua moglie Elisa, lesse l’annuncio di una
tragedia. Sul tavolo, c’era una lettera: Ermen Camò veniva arruolato per
Il mattino dopo, mise come sempre il pranzo nella sacca a
tracolla ed uscì per andare al cantiere; c’era una luce che
avvolgeva tutto; l’aria era pesante ed anche pedalare gli riusciva ora
faticoso. Appena giunto al lavoro, si recò di corsa all’ufficio
per dare notizia della sua futura partenza, ma lì ebbe
un’insperata sorpresa: gli operai del cantiere navale potevano esser
impiegati nella costruzione dei sommergibili militari, anziché sul
fronte russo. Sentiva che il cuore gli stava scoppiando dentro; sarebbe potuto
rimanere a casa. Da subito gli fu affidato un nuovo posto; all’interno di
uno scafo, immerso sott’acqua, avrebbe dovuto saldare i vari elementi con
la precisione che da sempre gli era riconosciuta.
Da quel momento il tempo iniziò a perdere i connotati.
Alla fine di ogni turno una pedana mobile lo riportava in
superficie ed era come se i suoi polmoni rinascessero ogni volta.Uscendo all’aria, morto di stanchezza, affidava il
suo corpo a quelle due ruote che a lui sembravano ali e che senza magia lo
riportavano a casa.
Quel mezzo rappresentava il ricordo della libertà, il
poter sentirsi ancora vivo, il legame con un vivere umano.
Una sera, accadde ciò che tutti s’aspettavano. Ermen, uscito dal lavoro assieme ad altri operai, vide nubi
di polvere dentro ad ogni cosa, sentì odore di pietra nelle narici; il
respiro si fermò: il paese era stato bombardato.
Immerso nel sommergibile sott’acqua, non aveva sentito
nulla, non aveva potuto accorgersene. Un solo pensiero: correre veloce a casa,
vedere i suoi figli, la bicicletta.
Sul luogo dove di solito la lasciava, c’era ora un ammasso
di macerie; a mani nude scavò, ferendosi, finché non la vide. Il
telaio era intatto, le ruote sembravano integre. Rimise la bici in piedi, salì
in sella e volò. Mai era andato così veloce. A casa,
abbracciò i suoi.
Oggi, quella bicicletta è ancora là, dove lui
usava lasciarla ogni sera; un segno indelebile sul manubrio testimonia una
storia vissuta. Appoggiata a quel recinto, sembra sempre attendere
l’arrivo di qualcuno che più non è.
***
S’i fosse vino, inonderei ‘l mondo;
s’i fosse terra, l’arerei;
s’i fosse luce, i l’accenderei..
Sento ancora il profumo della terra generosa che tutto accetta
tacitamente.
è l’odore impresso a queste pagine, unito a quello
dei miei ricordi.
Via via, compaiono gli ampi spazi dove
le ombre regalano il loro disegno al terreno; un suolo sanguigno, intriso
d’antichi passi che han segnato la storia,
quella scritta da uomini sinceri e veri.
Luoghi che cantano una pace ormai perduta, che parlano di vino.
Filari di viti alteri ed impettiti sembrano emanare una luce propria, in un
susseguirsi di voci corali.
è qui che il canto degli uomini si unisce alla natura; tra
questi tralci, tra questi solchi, dov’è il segno della via.
La memoria riporta indietro nel tempo; emergono le voci di
famiglia, voci grosse, scure, spesso, appartenenti ad un mondo tutto maschile.
Risuonano sicure tra le vallate, portatrici di notizie forse da sempre
conosciute.
Sono le voci di quei vecchi che usavano ritrovarsi alla fine
della giornata, per brindare alla vita.
Case di pietra, solide quanto le loro braccia, li accoglievano.
Assi di legno inchiodate formavano le tavolate sulle quali regnava il vino
amico, vino che univa le anime riscaldandole. Ogni fatica scompariva nel
varcare quei luoghi rustici, impregnati dall’aroma del vino novello; ed
ogni volta, tutto appariva come nuova magia alla quale nessuno voleva
rinunciare.
Sulla tavola scarna, i bicchieri attendevano d’esser colmati,
finché grosse mani ruvide provvedevano a questo rito. Da quel momento il
vino raccontava la sua storia, passando attraverso il vissuto di quegli uomini
semplici e dignitosi.
Nulla risultava fuori luogo, tutto era appartenenza.
Quei colori rossi rubino, oro, neri d’inchiostro,
riempivano l’aria donando a tutti calore.
I loro profumi vivi ed energici solleticavano i cuori.
A volte l’arte vi entrava spavalda ed i pensieri tenuti
chiusi dentro potevano trasformarsi in poesia pura, quella nata all’improvviso.
“Vino. Nel cercar d’ascoltare ciò che
racconti
la mente viaggia su antichi ricordi…
suoni chiusi dal tempo.
Un profumo d’odoroso calore
si spande nell’aria;
pezzi d’arenaria, spezie,
si stringono in un bouquet fiorito.”
Poi i calici vuoti testimoniavano il passaggio del tempo; la
sera pennellava tutto con le sue ombre. Rimaneva soltanto il meraviglioso
silenzio della notte.
Tra quei vitigni, il respiro della vita.
***
Terra amica
Da anni il vecchio proprietario del Castello viveva in austera solitudine,
servito dal suo maggiordomo fedele. Ogni giorno, amava trascorrere le prime
ore, respirando l’aria profumata delle sue colline, passeggiando tra quei
vigneti produttori di grandi vini, ascoltando la voce di quelle terre. Il suo
bastone lo accompagnava in quell’andare lento,
tra i filari che tanto amava. Mai un giorno aveva mancato
all’appuntamento, neppure ora che la vecchiaia imponeva i suoi veti.
Chiuso nel suo lungo mantello nero, lentamente andava, salutando
la perfetta architettura di quei luoghi. Lì solamente sentiva se stesso.
Al calar del sole, ripercorreva le dolci salite che lo
riportavano alla sua storia, ai suoi ricordi.
Tra i corridoi bui, accompagnato dalla fiammella di un piccolo
lume, passava a controllare l’antro della grande cantina; troppi gradini
gli impedivano ormai di recarsi tra quei tesori nascosti, ma il solo sguardo
verso quelle profondità lo colmavano di pace.
Al sorgere della luna, si accomodava sulla poltrona accanto al
caminetto; il fumo della pipa inondava la stanza, mentre lo sguardo in avanti
fotografava i suoi pensieri.
Successe una sera un fatto che da tempo non si verificava.
Quando il silenzio già avvolgeva il fare umano, egli
aprì la stanza della musica. Il suo vecchio pianoforte impreziosiva quel
luogo, muto da anni. Un dito corse veloce su quei pezzi d’avorio
impregnati di storia. D’improvviso, un forte fruscio proveniente da fuori
lo fece sobbalzare.
Ululando, un forte vento si mise a sferzare le vetrate della
stanza, finché una delle finestre s’aprì.
Una nuvola fredda entrò con forza, sollevando i tendaggi
e gettando a terra carte e soprammobili.
Il vecchio, reggendo saldamente il suo bastone, riuscì ad
avvicinarsi alla finestra, ma appena vi giunse l’aria si calmò.
Silenzio. Fuori, non v’era traccia di burrasca ed il cielo era stellato;
le colline emanavano la loro quiete, nulla era fuori posto.
Chiuse velocemente la vetrata e con fatica raccolse da terra i
fogli sparsi; sul leggio la pagina aperta portava il titolo della musica a lui
più cara,
Si
sedette al pianoforte, respirando faticosamente. Nella mente, i suoni
iniziarono a manifestarsi; una battuta dopo l’altra disegnò
l’andamento di quella Ballata.
Senza nessun preavviso, questa volta, le finestre si aprirono
sul salone quasi simultaneamente ed una furia ventosa s’impossessò
di quel luogo.
Il mattino dopo il servitore, inconsapevole, bussò alla
camera del suo padrone, ma non ebbe risposta alcuna.
Lo cercarono in molti, ma di quel vecchio nessuno seppe
più nulla.
I saggi raccontano che, ogni tanto, al cambio delle stagioni,
tra quei vigneti si ode una musica lontana, che accarezza l’anima.
Ma forse è soltanto la voce amica della terra.